Intelligence: intervista a Mario Caligiuri

Mario Caligiuri, lei è un esperto di intelligence a livello mondiale. Come spiega l’incapacità di alcuni Paesi occidentali di essere efficaci nella lotta al terrorismo?
Ogni problema sociale va inquadrato nella sua vera natura che è quella culturale. L’Occidente interpreta il mondo con i suoi occhi e quindi non lo comprende a fondo. Invadere l’Iraq sulla base di false informazioni di intelligence che affermavano l’esistenza di armi chimiche che poi non c’erano oppure l’intervento contro Gheddafi in Libia per stabilizzare la situazione creando invece un caos alla resa dei conti sono stati errori evidenti. Infatti, hanno dato risultati opposti a quelli sperati, contribuendo alla recrudescenza del fondamentalismo islamico, che attacca in casa l’Occidente, i regimi moderati dello stesso Islam e i cristiani che vivono in Asia e in Africa. Ma dietro tutto il fenomeno del territorio le vere ragioni sono politiche.

Come spiega il fatto che alcuni Paesi occidentali abbiano accolto dei terroristi che hanno seminato terrore in Siria, Iran e, molto prima, in Algeria?
L’Occidente non ha una sola voce. Ogni singolo Paese promuove una sua politica estera che è inevitabilmente in contrasto con quella di qualcun altro. Sono errori di valutazione perché si pensa al breve periodo in un’ottica elettorale nazionale. C’è una mancanza di visione e di coordinamento, che l’Unione europea e la Nato hanno sempre più difficoltà a realizzare. 

Crede che l’Occidente abbia fatto un grave errore a supportare i gruppi armati in Siria?
È altamente probabile se osserviamo quello che è accaduto e sta accadendo. Sembra una riedizione degli scenari della guerra fredda dove Stati Uniti e Unione Sovietica si confrontavano negli anni Sessanta in Vietnam o negli anni Settanta in Afghanistan. Abbiamo visto in entrambi i casi come è andata a finire. 

Il colonnello François-Regis Legrier ha fatto una sconvolgente osservazione sul coinvolgimento dell’Occidente in Siria sotto l’egida di Washingtonhttps://www.reuters.com/article/us-germany-security-france-syria/top-french-officer-raps-wests-tactics-against-is-in-syria-faces-punishment-idUSKCN1Q50LZ. Qual è la sua analisi in merito?
Dal mio punto di vista le osservazioni del colonnello François-Regis Legrier mi sembrano abbastanza realistiche. Realizzare un intervento militare affidandosi prevalentemente alle tecnologie, risponde all’esigenza di limitare al massimo la perdita di vite umane per le ripercussioni negative che si avrebbero a livello nazionale dei singoli Stati. Inoltre, l’uso delle tecnologie, seppure sempre più raffinate, è indiscriminato e quindi uccide civili e distrugge infrastrutture, alimentando un’opinione negativa che favorisce di fatto l’azione dell’Isis. Peraltro, non mi sembra siano state ancora attentamente valutate le conseguenze del disimpegno americano che potrebbe compromettere i risultati raggiunti. 

La destabilizzazione della Libia attuata dalla Francia sotto l’egida della Nato, che ha prodotto il caos nel Sahel e Nord Africa, non è stato un serio errore strategico?
Non è solo un errore strategico ma politico e umanitario. La Francia ha delle enormi responsabilità, poiché le ragioni reali dell’intervento probabilmente sono state dettate da logiche elettorali nazionali e di politica economica. E anche questa vicenda conferma i limiti dell’attuale azione della Nato, che va velocemente rivista. 

Ha menzionato l’esperienza dell’Algeria nella lotta al terrorismo. Secondo lei, il mondo ha imparato la lezione dell’Algeria?
Secondo me poco. Tanti anni fa, in Algeria si ebbe il coraggio di annullare le elezioni che erano state vinte da fondamentalisti islamici. La democrazia è un sistema che va maneggiato con cura, poiché è sensibile alle manipolazioni mediatiche e ai messaggi populisti e fondamentalisti.

Crede che ci sarebbe bisogno di una collaborazione tra i servizi di intelligence europei e quelli algerini?
Sarebbe più che necessaria. Ma va onestamente detto che è molto difficile, poiché ogni sistema di intelligence risponde esclusivamente agli interessi nazionali, che sono uno diverso dall’altro. Già è molto difficile fare cooperare le agenzie di intelligence dei Paesi dell’Unione europea. Questo è un grande limite poiché il nemico è comune. Occorre però proseguire nella necessaria strada della collaborazione anche se realisticamente dobbiamo ammettere che ci sono anche notevoli limiti. 

L’Europa ha vissuto un’ondata di attacchi terroristici a Parigi, Bruxelles, etc. Secondo lei, i servizi di l’intelligence europea avrebbero bisogno di riforme, cooperazione e ulteriori risorse?
Certamente, ma soprattutto i servizi di intelligence hanno bisogno secondo me di un approfondimento culturale per contrastare il fenomeno. Non completo controllo del territorio e limiti legislativi accentuano la difficoltà di intervento di un fenomeno spesso altamente imprevedibile. Sulla difficile collaborazione mi sono già espresso nella domanda precedente, precisando però che dalla collaborazione tra le intelligence dei vari Paesi si sono già sventati numerosi attentati e si sono ottenuti notevoli risultati. Lo confermano la relativa mancanza di attentati significativi negli ultimi due anni in Europa.

Nel suo libro scritto con M. Valentini “Materiali di intelligence: dieci anni di studi 2007-2017”, lei studia i servizi di intelligence. Secondo lei, come si potrebbe renderli più efficaci?
Prima di tutto valorizzando il fattore umano e incentrando le politiche dell’intelligence verso i settori che secondo me sono già oggi i più pericolosi. Mi riferisco principalmente alla criminalità organizzata che in tutto il mondo sta infiltrando sempre di più l’economia legale e indebolendo la democrazia; ai rischi dell’intelligenza artificiale che rappresenta una chiave sempre più strategica del nuovo ordine mondiale e che può sfuggire di mano essendo in Occidente in possesso principalmente dei privati e non degli Stati; al disagio sociale, che rischia di diventare incontenibile perché i sistemi sociali attuali sono sempre più in difficoltà a garantire il futuro e i diritti dei cittadini, a cominciare da quelli al lavoro e alla sicurezza.

Come spiega il fatto che i Paesi occidentali non mettano in dubbio la loro alleanza con l’Arabia Saudita, Paese che ha generato l’ideologia Wahhabi ed il terrorismo nel mondo?
Sherlock Holmes direbbe: “Elementare, Watson”. È la dimostrazione evidente che gli interessi economici, non solo degli Stati ma soprattutto delle multinazionali, prevalgono sui bisogni dei cittadini. Questo è il più grande limite delle democrazie che rischiano di esplodere, come accadde nell’Europa degli anni Venti e Trenta. Gli esiti di allora li stiamo ancora scontando oggi a quasi cento anni di distanza ma dobbiamo considerare che la degenerazione della democrazia è come il sonno della ragione: provoca mostri. Il nostro errore oggi è di essere concentrati sui mostri e non sulle cause della degenerazione della democrazia che secondo me è collegata principalmente alla selezione di classi dirigenti molto inadeguate.

Alcuni Paesi europei hanno negoziato per il rimpatrio degli jihadisti. Questi governi sono in grado di controllare questi terroristi? E questi terroristi che ritornano dalle zone di guerra in Siria e Iraq non sono dei pericoli costanti?
Secondo me, in buona parte possono rappresentare un rischio appunto perché poi non sempre è facile controllarli. Infatti, le azioni individuali sono quasi sempre imprevedibili. Inoltre, per anni un jihadista rimane silenzioso e sommerso e poi, come le uova del drago, si manifesta dopo molto tempo e all’improvviso. D’altro canto, però, una prova di pacificazione potrebbe pure portare a qualche risultato positivo, com’è successo con il terrorismo politico e separatistico in Europa. Certo però che le situazioni sono molto diverse e quindi occorre essere molto prudenti, perché le cose conseguenze di queste scelte politiche, pur condotte con le migliori intenzioni, potrebbero non essere positive.

Alcune fonti hanno menzionato una riorganizzazione dello Stato islamico in Libia. Pensa che la Libia sia diventata un santuario per gli jihadisti?
Grazie alla miopia dell’intervento europeo, si rischia di dare ossigeno all’Isis che sta boccheggiando in tutti gli altri territori, tranne che nel web. Appunto per questo concentrerei l’attenzione dell’intelligence degli Stati occidentali nel contrasto allo Stato islamico incentrandolo in due direzioni: la Libia e il cyberspazio. Sono queste probabilmente nell’immediato le due principali emergenze.

(*) Intervista di Mohsen Abdelmoumen dell’American Herald Tribune a Mario Caligiuri, direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria: “La degenerazione della democrazia è come il sonno della ragione: genera mostri”.