I risultati del Governo Draghi

La presidenza del Consiglio dei ministri ha goduto dell’appoggio incondizionato del Presidente della Repubblica, della più larga maggioranza parlamentare della storia repubblicana, dell’esplicito sostegno delle cancellerie di tutta Europa e degli Stati Uniti. E del sostegno delle più importanti istituzioni finanziarie. Perfino l’opposizione di Fratelli d’Italia è stata certamente non ostruzionistica. Detto ciò, Mario Draghi ha raggiunto risultati significativi per il nostro Paese?

Analizziamo i fatti. Fare peggio del Governo giallorosso in tema di vaccinazione era oggettivamente impossibile. Il compito di commissario era stato assegnato al manager di fiducia di Giuseppe Conte: Domenico Arcuri. È bastato sostituirlo con il generale degli alpini, Francesco Paolo Figliuolo, per permettere anche all’Italia di avere strutture operative efficienti e compatibili con un grande Paese. Predisporre per tempo i documenti burocratici propedeutici all’erogazione dei contributi e del finanziamento del Pnrr era il minimo sindacale richiesto a un Governo nato, esattamente, per risolvere i problemi della vaccinazione di massa e dell’ottenimento dei sostegni del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per il resto ha continuato, in barba alla Costituzione italiana, a emanare decreti legge controfirmati, senza indugio, dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva reiteratamente sollecitato l’Esecutivo a non abusare di tali atti (l’articolo 77 della Carta stabilisce, infatti, che il decreto legge può essere “adottato in casi straordinari di necessità e urgenza”). Senza considerare i ben 55 voti di fiducia richiesti nonostante la amplissima maggioranza parlamentare, trasformando di fatto il Parlamento in una istituzione che ratifica, senza poterle discutere, le decisioni del Governo. Eppure, la nostra è ancora una Repubblica parlamentare.

Mario Draghi, consapevole dell’eccessivo ricorso da parte del Governo Conte bis, ha limitato all’essenziale l’emanazione dei Dpcm (Decreti del presidente del Consiglio dei ministri). Ha criticato aspramente, ma mantenuto, il Superbonus del 110 per cento che ha contribuito a drogare il settore delle costruzioni, facendo lievitare i prezzi degli appalti e delle materie prime nell’edilizia, prendendo parte alla crescita anche dell’inflazione generata dall’eccesso della domanda di settore. Ha non solo mantenuto, ma anche rifinanziato, il “reddito di cittadinanza” che è stata la causa della carenza di personale nei settori cosiddetti di lavori stagionali (turismo, ristorazione e agricoltura). Un provvedimento di “welfare” che è stato un completo fallimento, almeno per quanto attiene le “politiche attive del lavoro”.

Durante la presidenza di Mario Draghi il debito pubblico nominale è ulteriormente cresciuto di oltre 130 miliardi di euro. Da banchiere centrale (Banca d’Italia e Banca centra europea) avrebbe aspramente criticato un Governo che ha largamente praticato l’indebitamento pubblico, senza incidere sugli sprechi della Pubblica amministrazione. In Europa, secondo i suoi cantori, avrebbe dovuto sostituire Angela Merkel come leader, grazie alla sua autorevolezza. In realtà, l’unico tentativo fatto è stato quello di cercare di imporre a livello europeo – non è dato sapere con quali possibilità di successo in un’economia di mercato – un tetto massimo al prezzo del gas. Tentativo, questo, che è rimasto uno slogan da campagna elettorale per i suoi fedeli estimatori politici (il Partito Democratico, Carlo Calenda e Matteo Renzi).

In verità, la sua azione di Governo si era esaurita con l’approssimarsi dell’elezione del Capo dello Stato. Per raggiungere l’ambita carica, la sua attività nell’Esecutivo e i suoi interventi miravano ad accattivarsi la benevolenza della larghissima coalizione di Governo, con particolare riferimento ai Cinque Stelle, per essere eletto al Quirinale. L’inaspettata trombatura da parte del Parlamento gli ha lasciato ferite che ancora non si sono rimarginate. Visto che il presidente del Consiglio dei ministri ha potuto contare su un interim, di fatto, del ministero dell’Economia (Daniele Franco è un suo fedelissimo) e su ministeri chiave affidati a persone a lui gradite, a mio modesto parere la sua esperienza da premier non passerà alla storia. Al meeting di Rimini ha affermato: “Sono convinto che il prossimo Governo, qualunque sia il suo colore politico, riuscirà a superare quelle difficoltà che oggi appaiono insormontabili”. Sono pienamente d’accordo!