Perché Berlusconi, dato per scomparso, è riapparso

Non è casuale che il Financial Times insieme al New York Times abbiano capito che la partita sul Presidente della Repubblica viene giocata nel centrodestra, con Silvio Berlusconi indiscusso protagonista di queste settimane. E già: questa, come si osserva da più parti, è “una operazione di successo per l’anziano leader” che ha coinvolto pontieri e mediatori di ogni tipo e pure di fresca autonomina, da Matteo Salvini a Luigi Di Maio fino a Matteo Renzi, maturando in tutti la convinzione che l’elezione del Capo dello Stato è una manovra dove nessuno può fare a meno dell’altro. E dunque ci vuole l’attesa.

Nel centrosinistra, vittima del solito immobilismo, si avverte una analoga musica, benché i leader con in testa Enrico Letta abbiano ritagliato il ruolo di spettatori, anche se non possono (non devono?) rinunciare alle riunioni per scambi di idee su ciò che dovrebbe… passare il convento. E attendere. A ogni modo, entrambi gli schieramenti hanno dovuto prendere atto che l’apparizione di Silvio Berlusconi nell’agone partitico potrebbe, secondo voci sparse qua e là, prima o poi auto-mitigarsi in dignitoso ritiro insieme con le minacce iniziali, ma con la certezza che la partita resta comunque nelle sue mani.

In questo senso, appaiono ridotte ai minimi termini, nel senso di una drastica riduzione di credibilità le proposte nominali avanzate da qualcuno, come da Matteo Salvini puntando affrettatamente su Maria Elisabetta Alberti Casellati, in qualità di seconda carica dello Stato, un’indicazione che comunque non avrebbe potuto resistere più di qualche minuto a fronte dell’ipotesi, peraltro più incerta se non impossibile, di marca berlusconiana. Casellati versus Berlusconi? Non c’è partita!

In realtà, se fino a quando il pallino resta nelle sue mani, la partita quirinalizia (vedi il Riformista) deve seguire la traiettoria che vede il Cavaliere in prima fila anche quando avrà smesso i panni del candidato, poiché un secondo dopo assumerà quelli del padre della Patria e indicherà quella che, dal suo punto di vista, sarà la soluzione migliore. Sarà lui il vero kingmaker? Intanto si gode una antica vendetta sui giustizialisti del Movimento Cinque Stelle, quando urlavano per le piazze italiane gli improperi più ingiuriosi nei suoi confronti, accompagnati dallo scandire di quell’indimenticabile onestà-onestà che sembra ora rivoltarsi impietosamente come una crudele e irrefrenabile nemesi.

Non v’è il minimo dubbio che Matteo Salvini ritornerà al centro delle attenzioni e delle mosse, anche alla luce delle disgrazie pentastellate. E forse gli accadimenti di questi giorni e le relative ritirate insegneranno che nessuna battaglia, a cominciare dall’alto, potrà essere vinta senza una compattezza e unità finora mancate nel centrodestra. Ma l’arrivo del Cavaliere e la sua tenuta nella difficile e complessa partita va iscritta, anche e soprattutto, nello spazio politico che occupa, se non consistentemente di certo naturalmente, come luogo destinato alle ragioni oltre che di Governo, della mediazione, dello scambio, della discussione: il centro. La sua assenza si è avvertita da parecchio tempo e Matteo Salvini ha mostrato, in diverse occasioni, di mirare a quel luogo al quale la stessa Giorgia Meloni ha spesso guardato con la massima attenzione, talché si è parlato di corsa al centro per entrambi.

Una corsa di buona volontà se non del tutto convinta. Come direbbe il poeta: per la contraddizion che nol consente.