La riflessione di Mauro Anetrini dopo le dichiarazioni del filosofo Massimo Cacciari a proposito di social network e censura su Donald Trump.

Non ne sarei così sicuro. Mark Zuckerberg è il padrone di casa: fa entrare chi vuole e incita ad uscire chi non gli è gradito. Non deve rendere conto a nessuno, né si deve giustificare. La piazza virtuale, in realtà, è un sito privato al quale si accede per gentile concessione del proprietario, che non rinuncia alle sue prerogative – lo ius excludendi alios è un corollario qualificante nel diritto di proprietà – soltanto perché i frequentatori dimenticano di essere entrati in un terreno altrui.

Le autorità terze di cui parla Massimo Cacciari sarebbero uno strumento espressione di dirigismo pubblico: vero e proprio autoritarismo di Stato, insomma, contrabbandato come organo di garanzia.

Piuttosto, è vero che esiste un problema di degenerazione della democrazia, ma non riguarda solo Facebook o Twitter. Il nocciolo della questione sta nella sovranazionalità delle piattaforme digitali e di molte multinazionali, che sfuggono in continuazione ai tentativi di controllo o disciplina. La globalizzazione ha cancellato i confini e, dunque, il terreno di imperio della legge.

La tanto decantata democrazia liquida del terzo millennio non corrisponde al modello sul quale ci siamo culturalmente formati. Siamo partiti dalla ricerca dei paradisi fiscali – sedi compiacenti per soggetti senza scrupoli e senso civico – per giungere al controllo delle idee e delle azioni da parte di non si sa chi.

Il problema c’è ed è grave: l’ostracismo verso Donald Trump è solo uno dei tanti profili di cui si dovrebbe discutere. Ce ne sono altri: dal condizionamento delle opinioni, alla selezione della classe politica; dalla pubblicità occulta, alla raccolta di dati sensibili, per finire con le consultazioni (politiche) guidate.

Inutile protestare. Neppure sarà sufficiente una legislazione nazionale (che potrebbe solo oscurare la piattaforma, pronta a riciclarsi diversamente). La nuova frontiera dei diritti, anche politici, è ancora tutta da costruire. Scrivere il futuro, però, richiede la corretta comprensione del problema. E degli interessi in gioco.