Rompere il tabù della cassa integrazione per i dipendenti pubblici

Martedì scorso ho partecipato come discussant ad un webinar che vedeva, come relatore, il professor Massimo Cacciari. Nel corso del dibattito è emerso il tema dei dipendenti pubblici, finora i meno colpiti dagli effetti economici della pandemia, e si è tornati sulle affermazioni, rese dal filosofo la settimana scorsa nel corso del programma “Piazza Pulita” (“voglio dire ai miei colleghi dello Stato e del parastato, prima o dopo arriveranno a voi, per forza. E io spero che ci arrivino presto, perché è intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana”). L’uscita, impropriamente letta in termini di minaccia ad un intero settore, ha sollevato uno strascico di polemiche, sulle quali non è il caso di tornare. è invece utile soffermarsi sul ragionamento che sta alla base di quelle parole, ossia che “il peso di questa crisi deve essere portato un po' da tutti”. A tal proposito il professor Cacciari da un lato intravede come inevitabile una patrimoniale e dall’altro, richiamandosi al principio di solidarietà, propone di tagliare, anche solo temporaneamente, gli stipendi più alti e le cosiddette pensioni “d’oro”. Pur condividendo le preoccupazioni nonché larga parte delle premesse, non mi sento però di concordare né sulla previsione né sulle soluzioni proposte. Provo spiegare in estrema sintesi perché e ad indicare una possibile alternativa.

Innanzitutto ricordo, come ho scritto ieri su queste pagine, che tutti i governi succedutisi negli ultimi dieci anni hanno fatto cassa mettendo le mani in tasca ai dipendenti pubblici e ai pensionati con blocchi (dei rinnovi contrattuali, degli scatti, della perequazione), tagli e contributi di solidarietà, tanto da imporre l’intervento della Corte costituzionale. Inoltre, occorre considerare che gran parte dei lavoratori del comparto pubblico ha continuato e continua a lavorare durante i lockdown, in modalità tradizionale o in smart working, con carichi di lavoro uguali o talvolta anche superiori a quelli usuali (basti pensare al personale medico e infermieristico, della pubblica sicurezza, della Protezione civile). Chiedere un sacrificio economico a queste categorie rappresenterebbe una evidente discriminazione rispetto a tutti quei lavoratori privati che, non avendo subito riduzioni o sospensioni, hanno seguitato a percepire (com’è naturale) la stipendio pieno senza decurtazioni di sorta.

Diverso invece è il caso di coloro che non hanno potuto continuare a lavorare, perché “esentati” ai sensi del dl18/2020 (il cui numero peraltro rimane un mistero) o perché addetti a mansioni divenute temporaneamente inutili (pensiamo ai custodi o ad altri dipendenti di musei, biblioteche o teatri chiusi, ai collaboratori tecnici di scuole senza studenti, agli addetti alle pulizie di uffici solo in minima parte operativi, ad impiegati di uffici o addetti a sportelli in cui il sevizio è stato sospeso o ridotto al minimo, e così via). A tal riguardo, non pare fuor di luogo chiedersi: perché un lavoratore privato, in caso di impossibilità a rendere la prestazione, è sospeso e posto in Cassa integrazione e uno pubblico deve continuare a percepire lo stipendio pieno? Non è forse giunto il momento di rompere un tabù, quello dell’estensione della Cassa integrazione guadagni (o di un meccanismo nella sostanza analogo) al lavoro pubblico, realizzando una effettiva equiparazione di tutto il lavoro dipendente?

Per farlo sarebbe sufficiente intervenire su una norma che già c’è, l’articolo 33 del Testo unico del pubblico impiego (decreto legislativo165 del 2001) che consente alle Amministrazioni che rilevino una situazione di soprannumero o eccedenze di personale, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria, di collocare in “disponibilità” il personale non impiegabile diversamente nell'ambito della medesima o di altra amministrazione fino ad un massimo di 24 mesi. Durante tale periodo, al personale in disponibilità è riconosciuto un trattamento economico analogo a quello della cassa integrazione ovvero “un’indennità pari all’80 per cento dello stipendio e dell’indennità integrativa speciale, con esclusione di qualsiasi altro emolumento retributivo”, oltre alla contribuzione figurativa. Sarebbe dunque sufficiente prevedere espressamente che l’Amministrazione possa porre in disponibilità il lavoratore che risulti anche solo temporaneamente in soprannumero o in eccedenza, per cause eccezionali e non imputabili (come quelle determinate dalla pandemia), con corresponsione della prevista indennità (casomai entro i massimali previsti per la Cig), sino a quando l’esigenza non venga a cessare. In tal modo, si supererebbe una situazione di disparità di trattamento e i lavoratori pubblici e privati risulterebbero sostanzialmente equiparati: in caso di prestazione, stipendio pieno; in caso di sospensione (necessitata) dell’attività lavorativa, integrazione salariale.

(*) Professore ordinario di Diritto del lavoro - Università di Modena e Reggio Emilia