Legge di bilancio: i nodi sul pubblico impiego e i venti di sciopero

Dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri della bozza di Legge di bilancio, i sindacati confederali del settore pubblico hanno annunciato che non ci sono ragioni che facciano venir meno la mobilitazione e che quindi andranno avanti con la proclamazione dello sciopero. I nodi sono le risorse insufficienti per il rinnovo dei contratti e l’affidamento ai dirigenti della decisione di ricorrere o non allo smart working e della definizione delle modalità attuative. La minaccia di uno sciopero, proprio nel settore che meno ha sofferto degli effetti economici della pandemia, è apparsa a molti come una follia. Che, di questi tempi, si tratti di una scelta inopportuna e intempestiva è forse esatto, ma qualche attenuante al sindacato occorre concederla.

è vero, infatti, che i dipendenti pubblici (come i pensionati) hanno continuato a percepire regolarmente il loro stipendio anche in tempo di lockdown. Ma è anche vero che da un decennio dipendenti pubblici e pensionati sono le vittime privilegiate dei vari tagli della spesa, attuati sotto forma di blocchi (dei rinnovi contrattuali, degli scatti, della perequazione), di tagli e di contributi di solidarietà, con conseguente perdita permanente del potere di acquisto e dunque crescente impoverimento, tanto che è dovuta intervenire a più riprese la Corte costituzionale a correggere la rotta. Pubblici dipendenti e pensionati sono dunque, giocoforza, “solidali” da molti anni. Per di più, una larga maggioranza dei lavoratori del pubblico ha lavorato durante il lockdown e continua tuttora a lavorare, in modalità tradizionale o in smart working, con carichi di lavoro uguali o anche superiori a quelli usuali. Oggi a questi soggetti si chiede un ulteriore sacrificio. Probabilmente non se ne può fare a meno, ma occorrono chiarezza in fase di definizione delle misure e onestà nella comunicazione, affinché l’immagine trasmessa dai media sia finalmente quella corretta, e non l’abusato stereotipo “acchiappaconsenso” dello statale privilegiato e fannullone, sempre pronto a rivendicare diritti e poco incline a fare sacrifici.

Quanto allo smart working, poi, occorre considerare che con il Covid l’istituto ha cambiato completamente pelle: da modalità eccezionale e prevalentemente finalizzata a consentire una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, a strumento essenziale a garantire lo svolgimento della prestazione in sicurezza e, in molti casi, addirittura unica via percorribile per consentire lo svolgimento dell’attività e l’erogazione dei servizi. L’esperienza di questi mesi ha rappresentato un banco di prova e gettato le basi per un ricorso in prospettiva non più episodico ma sistematico all’istituto (nel Decreto rilancio si prevede tra l’altro che “entro il 31 gennaio di ciascun anno, le Amministrazioni pubbliche redigono, sentite le organizzazioni sindacali, il Piano organizzativo del lavoro agile”). La disciplina originaria (contenuta nella legge 81 del 2017) che affida la definizione dei contenuti del lavoro agile esclusivamente ad un accordo individuale dovrà dunque, inevitabilmente, essere rivista e la richiesta del sindacato di essere coinvolto nella definizione delle linee essenziali di una riforma che cambierà il modo di lavorare di centinaia di migliaia di lavoratori non pare, poi, tanto stravagante. Anche perché i nodi da sciogliere sono numerosi e “di peso”: dall’individuazione delle “attività che possono essere svolte in tale modalità” (così il Decreto rilancio) alla definizione dei criteri di misurazione dei risultati.

(*) Professore ordinario di Diritto del lavoro - Università di Modena e Reggio Emilia