M5S: dal cambiamo tutto al cambiare idea

Siamo di certo troppo buoni nel dire che c’è un qualcosa che chiameremmo onestà politica nella considerazione di Giuseppe Conte affermando, davanti agli stati generali pentastellati, ritenuti da lui un po’ “disorientati”, che cambiare idea è giusto quando è necessario. Un cambio di idee radicale, una svolta a “U”, come a proposito della Tav, dell’Ilva, Tap, concessioni, Europa e chi più ne ha ne metta. Parliamo di onestà politica, ma la considerazione di Conte è piuttosto una convenienza, una scusa “non petita” che sulla sua bocca dovrebbe significare una “accusatio” più o meno manifesta ai suoi compagni di partito riuniti in un congresso che, tra l’altro, se ne è guardato bene dall’esprimere idee riguardanti il Paese, il suo presente e il suo futuro. Un partito che si conferma senza idee perché privo di identità.

Ed è appropriato lo spietato giudizio di Marco Travaglio “a chi interessa nel pieno di una pandemia questa sbobba fatta di regolette, quote, piattaforme on line?”. Appunto. Il fatto è che anche l’ultima campagna elettorale era impostata sul furibondo no a Tav, Tap, Ilva, concessioni, Europa, fondata sulla guerra senza quartiere alla casta in nome di una antipolitica urlata a suon di insulti ad personam sulle piazze e su compiacenti media col grido “Vaffa”, che esprime nella simbologia vocale la vera, unica idea di un M5S per di più vincente, a tal punto da renderlo il primo partito nel Paese e nel Governo. La proclamazione, a parole, di una diversità di un M5S tale da renderlo irrevocabilmente diverso, totalmente distinguibile dagli altri partiti, si è ribaltata nel suo opposto, finendo così nel mettere a nudo, coram populo, la miseria etica e politica di un M5S che faceva del cambiamento un punto irrinunciabile ma che, già nella doppia maggioranza di governo, prima con Lega e poi con il Partito Democratico, mostrava ad un tempo doppiezza, indifferenza e, soprattutto, tradimento: degli impegni assunti davanti al Paese.

Sta in questo la miseria etica di un cambiamento motivato da una necessità che da Conte, e non solo, si vorrebbe nobilmente giustificare in nome dei supremi destini della patria quando, invece, serve unicamente alla difesa di un potere che nella sua gestione è emblema di incapacità e di inadeguatezza e che proprio la “sbobba” degli stati generali sta lì a confermare. E come metterla infine con il fervido, immancabile grido di “onestà, onestà!” quando un suo principio, come il rispetto della volontà popolare, è tradito. E il suo obbligo è tranquillamente ignorato, invocando il maiora premunt, cioè le proprie poltrone. Viene alla mente l’immortale Totò, che con Peppino De Filippo, narrava le vicissitudini della scalcinata “Banda degli onesti”. Solo che la banda del principe Antonio De Curtis faceva ridere, quella di Conte piangere.