Pd: crisi di un partito evanescente

Appelli zingarettiani sempre più drammatici all’unità di un Partito Democratico che non solo non pare ultransensibile a queste chiamate, ma sembra aver smarrito la forza, la voglia, la capacità di reagire.

Un Pd senza reazioni, senza storia, così appare ed è percepito un partito che, tra l’altro, è parte consistente di un Governo impegnato, dopo il Covid, a ricostruire, a ripartire, a innestare la leggendaria marcia in più. Impegno difficile se non impossibile che riguarda il futuro del Paese la cui gestione non potrà più sedersi su quel tirare a campare che è diventato il marchio di fabbrica di Giuseppe Conte.

Il fatto è che non c’è traccia del Pd in questo Governo, come si rileva da più parti non precisamente di centrodestra (Pensalibero), ma non vi è alcuna traccia di discussioni e di confronti interni per non disturbare il navigatore. E ciò per un accomodamento iniziale trasformatosi ben presto in vera e propria sudditanza nei confronti di un Movimento 5 Stelle verso cui i piddini hanno svolto la funzione di donatori di sangue “a gratis”, senza un rientro, senza un minimo di contropartita e sposando controriforme, come nel caso della giustizia.

L’assenza nel Governo Conte rispecchia la non presenza del Pd nei confronti e nelle sfide politiche, come se un cortocircuito ne avesse colpito la famosa “politica della stabilità”, tramutatasi ben presto in un restare fermi, immobili, silenti. E spicci nel liquidare l’unica novità come quella di Matteo Renzi, ed ora costretti a fare i conti non tanto o non soltanto coi suoi boicottaggi elettorali ma, soprattutto, con la perdita di una identità che impedisce di guardare al proprio futuro. E ciò è loro tanto più impedito quanto più ci si vuole imbandierare sotto l’insegna del leggendario “nuovo che avanza” contro il vecchio che resiste, affidandosi allo specchio delle apparenze e agli inganni degli slogan.

Già il passato, la storia dei postcomunisti è strapiena di occasioni perdute se non rifiutate in nome di un’ostilità all’approdo sicuro in una socialdemocrazia a sfondo liberale ed europeo come aveva indicato Bettino Craxi, restando in mezzo al guado col salvagente di Romano Prodi ma privati in tal modo della consapevolezza di rappresentare una autentica alternativa capace di depurare il proprio passato costruendo un presente e un domani di quel nuovo possibile di cui si nutre chiunque si proclami riformista, nei fatti e non nelle parole.

La grillizzazione di Nicola Zingaretti è l’atto finale di una vicenda a suo modo emblematica nel letterale ribaltamento di ruoli e di progetti in cui lo spazio della politica si è sempre più ridotto perché consegnato all’estemporaneità, e spesso alla pericolosità, di proposizioni per stupire, alla ossessione di visibilità mediatica, alla pura gestione del potere.

Il rischio, ora, non è che il Pd rimanga come al solito, in mezzo al guado, ma che ci resti il Paese.