Bonafede e Renzi, due casi

La fibrillazione nel Governo sembra più avvertita nella sua maggioranza piuttosto che dall’opposizione. Quest’ultima, dicono gli osservatori, per una sorta di fatalismo nella sua doppia motivazione di sfiducia nelle spallate e di presa d’atto della impossibilità di una crisi in un’emergenza non finita. Due ragioni che non reggono del tutto, politicamente parlando, a fronte della realtà se è vero, come è vero, che quella di Alfonso Bonafede, da qualsiasi parte la si prenda (persino da non pochi parlamentari del Partito Democratico) è una questione che scotta, nel senso più etimologico, nei confronti del Governo e del Paese, per l’importanza della funzione del ministero. Quanto alle spallate, se non è mai proficuo il loro abuso, vale proprio il detto: se non ora, quando?

Parlare male dell’attuale ministro della Giustizia potrebbe apparire lo sport preferito dai suoi numerosi critici se non fosse che errori e mancanze gravi ne denotano, insieme ad una clamorosa impreparazione, una pervicace dedizione a scelte ispirate a quel giustizialismo di stampo grillino che è passato dalle grida piazzaiole a leggi e scelte che hanno fatto strame del garantismo. Un populismo d’accatto tanto più dannoso quanto più mascherato dalla pretesa di essere, i pentastellati, i più etici tra i politicanti considerati senza principi, dunque, loro, i predicatori della verità per cui chi osa contraddirli non è il cittadino che la pensa differentemente ma colui che mette in discussione l’eticità, la morale. Da questo pulpito le prediche si sprecano, anche se il Movimento 5 Stelle è profondamente lacerato al suo interno, il che, tuttavia, sprona i suoi governativi a oltranza, fra cui Bonafede, a rimanere incollati al potere perinde ac cadaver. Fermi, seduti su quei principi che, come ricordava Flaiano, poi si piegano, come del resto s’è visto in altre occasioni, salvo che nel caso di dimissioni il cui obbligo Bonafede doveva avvertire per primo e che, invece, la loro richiesta in Parlamento viene ribattuta con la minaccia di una crisi dell’Esecutivo e di elezioni anticipate. Del resto, detengono il pacchetto di maggioranza nell’alleanza col Pd e hanno imparato a metterne a frutto i vantaggi con un minaccioso sine qua non che convince sempre più il Pd di Nicola Zingaretti, privo di una vera identità, a stare zitto e buono.

In questo contesto la prossima mossa di Matteo Renzi è la più attesa non soltanto per le sue dure critiche contro Bonafede, ma per la sua collocazione dentro una maggioranza della quale, pure, come e più del M5S, detiene le chiavi “politiche”. E che non nasconde le sue avversità alla compagnia grillina.

L’ex presidente del Consiglio sembra tuttavia tentennare di fronte ad un voto decisivo per le dimissioni di Bonafede, conscio che, come ricorda Pier Ferdinando Casini, un voto del genere non può non provocare la crisi del Governo Conte e, secondo alcuni, la tentazione renziana di colpire a fondo appare smorzata non solo per le conseguenze ma nella logica della sua politica che fino ad ora si è concentrata, con due ministri all’interno, nell’infierire al Governo Conte aculei mirati ma a livello di punture piuttosto che di colpi. Per certi aspetti la sua politica ricorda quella del socialista Francesco De Martino, che veniva definito l’uomo indeciso a tutto per via di una partecipazione ai governi di centrosinistra con frequenti slittamenti verso l’opposizione dell’allora Pci pensando ai giovamenti conseguenti. Che non si verificarono.

Questa politica del doppio binario fino ad ora percorsa da Renzi è una vera e propria palla al piede, come del resto si evince dagli impietosi sondaggi, che può servire per ottenere da Conte qualche ente o ministro in più, ma che, al tempo stesso, tiene in piedi il Governo, rafforza lo stesso M5S insieme al Pd e contraddistingue l’azione renziana che resta più incline alle opportunità del potere che a quelle di una politica di coraggio e di ampia visone.