Decreti, ordinanze e comunicazione

Si dice, ed è quasi del tutto vero, che la comunicazione è decisiva in vicende come l’attuale. Soprattutto se comunicare al Paese, tramite tv e social network, diventa una sorta di arma utile a un tempo ad illustrare la mappa reale del contagio e a indicarne i (pochi) rimedi.

Si è a lungo discusso in questi giorni a proposito delle decisioni del governo assunte tramite decreti e della loro esposizione agli italiani e, ovviamente, dello stile di Giuseppe Conte – a parte quello politico nell’ignorare Parlamento e opposizione – che ha privilegiato lunghe narrazioni senza giornalisti presenti, dunque, senza domande, vuoi in nome dell’uomo solo al comando, per timore di trovarsi davanti a richieste di chiarimenti ben difficili, anche per il genere dell’uomo solo al comando, da accontentare. Ma, al di là di queste osservazioni che comunque non lasciano il tempo che trovano giacché pongono un riflettore non solo sulla forma ma anche sulla sostanza, non può sfuggire un problema che da oltre un mese è sotto i nostri occhi e che l’immanenza della stessa comunicazione sollecita.

Il problema è di sostanza perché attiene innanzitutto alla responsabilità delle decisioni (decreti e ordinanze) che all’inizio stentavano assai a verificarsi, ma che via via hanno assunto una corsa, ma non unica, duplice. Per intenderci, nazionale e regionale. Dando l’impressione di un Paese a double face col sottofondo di un vero e proprio chiacchiericcio amplificato da telegiornali e talk-show nei quali la pur necessaria presenza di medici, scienziati ed esperti è andata assumendo, a sua volta, una rincorsa quotidiana con indicazioni, prescrizioni, analisi e suggerimenti non sempre coerenti, e col finale di quella quotidiana conferenza stampa della Protezione civile che si sta riducendo ad una elencazione di contagiati, ricoverati, intubati, in camera di rianimazione e defunti.

Il che ravviva la corsa dei tg, dei servizi speciali e dei talk, oltre gli special che, proprio in quanto “rappresentazione”, non possono offrire un punto di riferimento preciso per via della loro implicita differenza, quando invece sarebbe molto più appropriata una voce singola, unica, di prestigio scientifico e dunque affidabile in grado di spiegare day-by-day quanto sta avvenendo, verificando ogni voce e possibili previsioni. Donde, invece, l’implacabile chiacchiericcio che si snoda televisivamente ora per ora.

In altre parole data appunto la gravità, la complessità e la novità del virus, non era da escludere, da parte del governo, questa voce unica che, in altre stagioni, era affidata ad un prestigioso e capace professionista come Guido Bertolaso (cui auguriamo pronta guarigione), creatore della moderna Protezione civile e lasciato in disparte da questo governo forse, ma siamo maligni, per consentire gli show dell’attuale uomo solo al comando.

Peraltro, il Paese si sta mostrando a double face anche a livello istituzionale e politico con una corsa alla decretazione da parte del governo e delle Regioni. Qui non si vuole evocare quello che si chiamava lo stato uber alles – non foss’altro che per la storica fragilità del nostro Stato – per l’ovvio motivo che l’impalcatura repubblicana poggia sulle Regioni di cui conosciamo i poteri e la voce. Una duplicità, dunque, non eliminabile, tanto meno per decreto.

Ma, a proposito di voci, la loro duplicità e sovrapposizione si sta verificando e aumenta il rimbombo mediatico confondendo ulteriormente il cittadino chiamato all’osservanza di obblighi e prescrizioni che nel loro accavallarsi, invece di dare risposte semplici e comprensibili, producono ulteriori domande.

Quando sarebbe necessario se non obbligatorio un effettivo coordinamento interistituzionale (ma con la voce dello Stato comunque prioritaria) richiesto da Lombardia e Veneto, e che Giuseppe Conte ha quasi sempre ignorato.