Media, politica, neofrontismo e gioco dell’oca M5S

Si fa in fretta a dire peste e corna – ora di Matteo Salvini ora di Silvio Berlusconi, ora di Matteo Renzi ora d’altri – ma soprattutto si fa troppo in fretta a condannare sic et simpliciter, cioè senza un minimo di autocritica, la politica (poca o nulla) gridata, urlata, e ricca di insulti che, peraltro non da oggi (Beppe Grillo docet), percorre e percuote il Paese.

Troppo in fretta e soprattutto troppo comodo da parte di non pochi mass media, che proprio su questo tipo di esposizione hanno giocato in lungo e in largo ammantandosi tanto severamente delle vesti giudicanti ex cathedra, quanto supinamente e volonterosamente accordati esattamente su quei toni, accompagnandone una loro narrazione a sua volta sovraeccitata.

Questa sorta di accordo e accompagnamento musicale e coristico si è spesso combinato con un’altra pagina cara ai media e frequentata così spesso da giustificare (se non ad esaltare) le diverse stagioni dello scenario mediatico-giudiziario, che fu il liquidatore della Prima Repubblica e che mise in crisi un Berlusconi della Seconda Repubblica – peraltro abbastanza recidivo in certi suoi “giochi” – in modo tale da frenarne gli slanci elettorali iniziali nel combinato disposto dell’incedere delle inchieste e della ben studiata gogna mediatica.

Non pochi sono gli esempi di questa odissea narrativa molti dei quali scordati (meglio, rimossi) dagli stessi writers di allora che diedero il meglio (?) di sé in una vicenda emersa in questi giorni nel suo più appropriato finale giudiziario grazie ad una sentenza di archiviazione della Procura di Milano e che riguarda il caso di Imane Fadil della cui morte fu praticamente, in base alla sempre viva e operante cultura del sospetto, incolpato il Cavaliere con sentenze mediatiche del tipo: “Berlusconi morto e sepolto con la povera Fadil. Il veleno che l’ha uccisa uccide anche le residue speranze berlusconiane di resistere all’Opa salviniana sul suo partito e sul suo elettorato…”. Oppure: “I testimoni Berlusconi li compra, non li ammazza…”. O, ancora: “Il tycoon italiano… purtroppo è alla fine anche un simbolo di un’epoca senza verità dove il contesto rende credibile anche l’incredibile”.

E ci fermiamo qui con la semplice eppur solenne sintesi della sentenza di archiviazione: “C’è la certezza che la povera Imane sia morta per aplasia midollare e non per avvelenamento”. Poco spazio alla sentenza e lungi da noi che si debbano richiedere scuse, ma almeno una riflessione sui danni che la cultura intrisa di giustizialismo comporti andrebbe fatta. Ma tant’è, come si dice.

Se gli effetti di un continuo gridare mediatico “al lupo al lupo” sono spesso devastanti, una critica decisa è necessaria per quello che si sta evocando, con nomi ed esempi, e sempre più spesso, come il trasformismo e l’opportunismo sullo sfondo di un populismo demagogico appena trattenuto dalle schermaglie governative e dai doppiogiochismi che assai opportunamente il nostro direttore ha rivolto a Luigi Di Maio and company come interpreti e registi del gioco poliziotto buono-poliziotto cattivo, intendendo appunto per gioco le solenni affermazioni accompagnate dalle immediate negazioni, gli impegni sacrosanti di un giorno seguiti dai disimpegni sfacciati dell’indomani con sequenze certamente ripetitive ma composte e ordinate all’ora dei Tg dal primo attore di casa a Palazzo Chigi, la cui abilità nelle pose morbide e suadenti sta logorandosi proprio in quel gioco dell’oca e rivelandosi per quello che è, ovverossia una fuga di lato dai problemi di sempre, dalla sicurezza al bilancio, dalla Flat tax alla giustizia fino alla legge elettorale, dei quali le risposte fattuali fino ad ora pervenute sono affidate alle parole. Un gioco vecchio, a quanto pare.

In realtà, sullo sfondo di questi veri e propri scherzi ad uso e consumo di ascoltatori sempre più distratti e distanti, si stanno muovendo pedine e manovre che cercano, a sinistra, una via d’uscita alle pesanti problematiche poste da un’alleanza che è bensì nel mirino di Renzi, ma che deve fare i conti col classico ubi consistam. A cominciare dalle vicine elezioni in Umbria dove le proposte politiche tentano di allargare l’abbraccio a due nazionale in un’alleanza regionale sul cui schema impostare il futuro, magari con le punture degli spilloni in controtendenza di un grillismo peraltro sempre meno vivace.

La verità e che si sta andando verso una sorta di un nuovo fronte popolare mascherato dalle immancabili favole che, come le parole, cercano di occultare le vera essenza di queste manovre: la riedizione del quarantotto di Togliatti e Nenni (purché Nenni non tentenni). In nome, ovviamente, del nuovo che avanza.