Il circo della crisi e la coerenza del voto

Tra i player di questa crisi di governo, i soli a mantenere una posizione stabile, almeno leggendo le dichiarazioni ufficiali, sono Forza italia e Fratelli d’Italia. Entrambi rimangono fermi sul voto in autunno. Per il resto, un vortice di proposte, mosse e contromosse, annunci e smentite. Il Movimento 5 stelle e il Pd seguono strategie frastagliate e contraddittorie, la Lega sta scontando errori tattici difficili da mascherare.

Gli ultimi decenni ci hanno abituato a ribaltoni e cambi di casacca, ma lo spettacolo di queste ore è ancora più imbarazzante. Lo spazio politico della crisi, anche in un sistema parlamentare, non può diventare terreno di scontro ideologico, di rivoluzione programmatica e men che meno di lotta intestina ai partiti, come sta invece avvenendo nei democratici e nei pentastellati. Né può diventare terreno di battaglia tra forze originariamente di maggioranza e tra queste e i partiti di opposizione, come sta accadendo tra una parte del Movimento e una della Lega, tra PD e Lega, e tra uno spicchio del PD, Movimento e viceversa. Per battaglie di questo genere esistono spazi e luoghi diversi, appropriati, che lo stato di diritto mette a disposizione di tutti i disputanti.

L’intervallo della crisi è un’altra cosa, non solo perché guidato dal Presidente della Repubblica, ma anche perché interno a una legislatura già avviata. È conforme a questa caratteristica, allora, che esso debba essere dedicato principalmente all’aggiornamento del programma originario di governo, alla revisione della squadra dei ministri o all’adeguamento dell’iniziale maggioranza. Quella caratteristica, però, porta con sé anche una conseguenza ulteriore, non ammettendo tutti gli aggiornamenti, ma solo quelli che rispettano una regola tanto semplice quanto essenziale per il corretto funzionamento degli ingranaggi della democrazia: la coerenza delle scelte rispetto ai programmi già sottoposti al corpo elettorale, a quelli del governo dimissionario e ai suoi provvedimenti, e infine ai programmi dell’opposizione.

Per mandare avanti la legislatura, vecchie forze di maggioranza e vecchie forze di opposizione devono adottare scelte coerenti nel senso appena precisato sui temi centrali della futura azione di governo. Solo così possono diventare nuova maggioranza. Invece, se per unirsi sono obbligate a rinnegare o elidere i programmi originari, la legislatura non può che chiudersi.

Semplificando molto, ad eccezione dei governi temporanei - governo del presidente, istituzionale, tecnico, di garanzia e via dicendo - imposti da situazioni di emergenza, nella ordinarietà delle crisi la manutenzione della macchina può senz’altro comprendere la sostituzione del filtro o dell’ampolla dell’olio, ma non può prevedere la sostituzione della testata o dell’intero motore.

Sono illuminanti, a questo riguardo, le esperienze maturate nella “prima” Repubblica. Scorrendo gli annali governativi si vede come i partiti, per far proseguire la legislatura, abbiano sempre dovuto garantire una sorta di continuità, di coerenza negli obiettivi fondamentali dei programmi. Se una nuova, ipotetica maggioranza  non era in condizione di assicurare continuità al disegno politico iniziale, oppure non intendeva limitarsi ad aggiornarlo con variazioni di piccolo cabotaggio, ma voleva modificarlo radicalmente, il voto anticipato diventava la strada obbligata. E così è stato in tantissime occasioni.

Ecco perché il voto, anche adesso, di fronte al circo di queste ore, è la strada maestra, la sola opzione in grado di rispettare l’abbecedario delle democrazie mature, che hanno al centro, proprio, il fondativo potere del voto popolare, e la sola capace di porre fine ai giochi opportunistici di alcuni protagonisti, giochi che contribuiscono soltanto a slabbrare ulteriormente il già liso maglione della rappresentatività parlamentare.