Politica: di un bel tacer non fu mai scritto

La vicenda Marino è stata ed è emblematica. Per tanti motivi. Quanto scritto dal nostro direttore dopo l’assoluzione in Cassazione dell’ex sindaco di Roma ha messo in luce non solo o non tanto i danni diretti e indiretti subiti da Marino, quanto soprattutto, le conseguenze politiche tout court che ne sono derivate. Intendiamoci, simili faccende non sono nuove in un Paese che viene cantato e decantato come la culla del diritto, dando facile agio ai non pochi osservatori nel lasciar perdere la culla in favore della tomba, appunto. È forse ovvio che vicende del genere suscitino commenti e riflessioni, meno ovvio, invece che anche e soprattutto dalle parti, meglio dal partito dell’offeso e assolto, provengano ulteriori appunti che, lungi dal placare, se non tacitare ogni polemica pregressa, provochino di nuovo delle attenzioni a loro volta politiche.

Naturalmente: di un bel tacer non fu mai scritto, anche e specialmente nella cosiddetta dialettica fra e dentro i partiti. Nel caso in questione, tuttavia, la sua vera essenza stava e sta nel fatto (e non un’opinione) che lanciare palle di fango conviene sempre anche e soprattutto perché l’estromissione dalla politica di Marino con accuse infondate è una realtà.

Lungi da noi qualsiasi volontà di togliere il diritto alla parola di chicchessia anche se, a bocce ferme, vale la pena ricordare che la macerazione nel fango della durata di quattro anni (in Italia la giustizia ha tempi lunghi, come si dice) ha consentito al suo partito di “lanciarlo come un piattello” sullo sfondo di un virulento accusatore come il pentastellato Marcello De Vito in festa per la condanna mariniana e con la promessa di portargli le mitiche arance in carcere dove, per ironia della sorte, ora c’è finito lui.

Prima di parlare, taci, come ricorda un detto veneziano che, a quanto pare, non sembra molto ascoltato dai nostrani politicanti cui il dono della parola più che un uso è un vero e proprio service ad uso e consumo di social, media, tv con un’insistenza che, a detta di qualche vero esperto del settore, dovrebbe prima o poi lasciare il posto, insieme all’assuefazione, ad una specie di affievolimento se non decadimento. Ma ne dubitiamo. E come la mettiamo con certe prese di posizione per dir così più alte, più istituzionali, più delicate; ci riferiamo a quelle del Premier Giuseppe Conte a proposito di una Libia in mezzo ad una guerra civile nella quale si fronteggiano Khalifa Belqasim Haftar e Fayez al-Sarraj su fronti opposti e con accuse reciproche di tradimento e con alleanze dei diversi attori del mondo arabo come Egitto e Arabia Saudita dalla parte di Haftar mentre Turchia e Qatar sponsorizzano al-Sarraj?

In un quadro comunque complesso, ciò che prevale nel nostro comportamento è una sorta di venir meno di risorse politiche, di isolamento se non addirittura di paralisi come se avessimo puntato sul cavallo sbagliato (al Sisi) presso i cui amici di Doha si è recato qualche giorno fa il Premier Conte per rafforzare i legami col Qatar; visita anticipata, a sua volta, dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta.

Il silenzio è d’oro. E il petrolio?