Politica e cinema di oggi e di ieri, Bettino e Favino

Il cinema, si sa, è molto più di uno specchio, di ieri e di oggi. Il cinema si confronta, legge, scruta, riflette e ci fa riflettere. Il cinema politico, di più. C’è sempre uno scontro-incontro quando un film ha a che fare con un personaggio che ha avuto un ruolo importante nella politica, e non solo italiana. Ed ecco allora (2008) “Il Divo”, film in cui il regista Paolo Sorrentino mostra come la gloria antica e per tanti versi cinica di Giulio Andreotti finisce col rovesciarsi nel suo contrario. E due anni prima, nel 2006, avevamo avuto l’occasione, offertaci da Nanni Moretti col “Caimano”, di riflettere sulla “ascesa sfuggente di Silvio Berlusconi e l’enigmatica conclusione, e i bagliori dietro il Palazzo di Giustizia di Milano”. Due pellicole, peraltro, non molte sol che si pensi al ruolo della politica di prima e di oggi (e di domani) nella nostra società e nel Paese, immersi entrambi nella realtà europea (e mondiale).

Ed ora è in arrivo il terzo film, “Hammamet” di Gianni Amelio, su Bettino Craxi che, grazie anche alla interpretazione e al trucco di Pierfrancesco Favino - con la produzione Rai con Agostino Saccà - non può non sollecitarci in tanti ragionamenti a cominciare dalla visione di un presente (politico) modesto e mediocre a tal punto da riuscire a riscattare, a rendere per dir così più alta, superiore la Prima, e persino la Seconda Repubblica.

Di certo, l’essenza del racconto cinematografico di Amelio, il suo cuore più vero, non può che pulsare e ruotare sulla questione centrale di un grande leader della politica e di un uomo dal carattere difficile, dalla personalità ricca e complessa e della sua sconfitta. Del suo esilio.

Il fatto è che Bettino Craxi, già a quarant’anni, era un capo di quelli veri, di quelli che sanno leggere la realtà e guidare gli uomini, insegnando, comandando e controllando il lavoro e i risultati di ciascuno. “Schietto sino alla brutalità, combattivo, coraggioso e generoso, Craxi sapeva intimidire e colpire con cattiveria, difendersi e shermirsi con astuzia” (C. Martelli) e che concepiva il socialismo bensì come il regno dell’uguaglianza, ma con un immancabile “quasi” precedente questa parola, resa magica dai venditori di fumo rivoluzionario (“la rivoluzione un tanto kilo!” erano sue parole) e che nutriva una spiccata ostilità per quei partiti o movimenti che spingono iscritti e militanti a “portare il cervello all’ammasso”.

Il suo, un socialismo per dir così nuovo pur legato alla tradizione del Nenni autonomista dopo la rottura col Pci ma sostanzialmente debitore di quella di Giuseppe Saragat che, anche a chi scrive, chiedeva spesso notizie del Bettino politico, fermandomi con la frase magica: novità da lui? soprattutto dopo lo slogan elettorale craxiano. “Vota socialista chi vive del proprio lavoro e pensa con la propria testa”. In un certo senso un Craxi saragattiano che, anche quando lo decantavano elogiandolo come leader socialista, aggiungeva, scandendo bene le sillabe: “socialista de-mo-cra-ti-co”.

Poi, dal 1992, è iniziata la stagione di “Mani Pulite”, del dipietrismo, della distruzione dei partiti, della fine della Prima Repubblica, dell’avvento della Seconda e dell’esilio craxiano ad Hammamet sullo sfondo della sconfitta di Berlusconi in cui i giudici hanno avuto un ruolo importante. Abbiamo bruciato, come è stato da più parti scritto, vent’anni e la corruzione è come prima, forse più di prima, anche in queste ore romane, ma non solo.

Qualche tempo fa, la già inflessibile guida del Pool milanese di quegli anni, Francesco Saverio Borrelli, ha confessato: “Chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena per buttare il mondo precedente in quello attuale”. Un incipit da caso di coscienza, ancorché tardivo, ma, come si dice, meglio tardi che mai. Chissà se “Hammamet” di Amelio e Favino riuscirà a scrutare anche dentro le cattive coscienze dei tanti osannatori del manipulitismo d’antan. E di oggi?