Il Governo che sarà e che farà

Il Governo che potrebbe nascere in questi giorni può piacere o no. Come sempre accade, ci saranno lodi sperticate alla nuova alleanza e critiche feroci alla saldatura tra due manifestazioni del populismo imperante. Attendiamo i giudizi e le critiche degli analisti, sempre pronti a dirci cose che sappiamo già, facendoci credere che siano mirabili intuizioni farina del loro sacco.

In ogni caso, una cosa mi pare molto probabile ed è su questa che dovremo ragionare. Qualunque cosa faccia, comunque la faccia, questo Governo farà di certo qualche cosa. Che si tratti della riduzione del carico fiscale o della revisione del sistema giudiziario, questo Governo non sarà inerte. Il cambiamento è la ragione del suo concepimento, ma anche il suo destino obbligato, cui non può sottrarsi: fare delle cose è l’imperativo categorico.

Qui sta il cambiamento al quale dobbiamo, tutti, prepararci. Non la convergenza ideologica e neppure la condivisione di interessi, ma la ineludibile necessità di fare rappresenta ciò che terrà in piedi, fino a quando durerà, il Governo meno anomalo della storia repubblicana.

Accusati di pressapochismo, incompetenza, grettezza intellettuale e culturale, i protagonisti della scena politica hanno assunto l’unico atteggiamento possibile: sedersi e parlare di cose, di fatti concreti. Non potendo confidare sulla reciproca corrispondenza di amorosi sensi, hanno scelto il pragmatismo di cui ci eravamo dimenticati e hanno parlato di cose, cioè di noi.

Questo è rivoluzionario nel nostro Paese e non poteva accadere che per mano di due forze di rottura. Agli altri, come dimostrano i risultati elettorali, nessuno presta più credito. Troppe parole, troppi distinguo in nome di un concetto di democrazia che, ai più, appare ridotto allo schermo di una oligarchia saldamente ancorata ai propri privilegi. Oggi li criticano, ma fino a ieri non si sono minimamente occupati di leggere ed interpretare i segnali che provenivano dal Paese reale.

Farà bene, questo Governo? Farà male? Lo vedremo. Intanto, farà e non rinvierà sine die gli interventi promessi. In questa prospettiva, il nuovo Esecutivo è come un’antilope, costretta a correre e a non fermarsi mai. Guardate l’antilope e dite pure che non è il più bell’esemplare della foresta, ma non dimenticate che, dietro di lei, c’è un leone affamato, pronto a sbranarla.

A quell’antilope, io voglio dire una cosa soltanto, un monito, usando le parole di Karl Popper, che la sapeva lunga: “Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da tutti noi. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini e donne fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro”.