Fascismo, Antifascismo, banalità e silenzi

La cosa più curiosa e quasi strabiliante dell’irresistibile ascesa grillina, è quella disponibilità di non pochi media a seguirne positivamente tutte o quasi le giravolte - ne hanno fatte a bizzeffe - con la scusa che si tratta di una forza nuova, diversa, anticasta, antivecchia politica, anticorruzione, antinciuci e, fino all’altro ieri, antifascista (oltre che anti-Pd, beninteso).

Nessun movimento ha mai ottenuto uno sdoganamento più facile, pardon facilitato, manco si trattasse delle buona novella. In questi giorni, a proposito di atteggiamenti massmediatici a dir poco diversificati, abbiamo fatto quasi fatica a trovare la notizia del radicale Marco Cappato, rinviato a giudizio a causa della tragica storia del Dj Fabo (suicidio assistito, aiuto alla buona morte, ecc.) dopo che lo stesso coraggioso Cappato era stato archiviato non da uno ma da ben due pm (donne). Cappato ha peraltro ammesso di essere per dir così colpevole felicitandosi dello stesso rinvio a giudizio giacché il processo darà l’occasione non solo per difendere il rispetto della libera e consapevole scelta di Fabo (costretto alla cecità e all’immobilità assoluta), ma per “processare una legge approvata in epoca fascista che, nel nome di un concetto astratto e ideologico di vita, è disposta a sacrificare e calpestare le vite delle singole persone in carne e ossa”. La citazione dell’epoca fascista e della suddetta legge avrebbe almeno dovuto introdurre una nota infinitamente più appropriata e suggestiva rispetto alle contemporanee “uscite” di una banalità sconcertante a proposito del litorale fascistissimo di Chioggia e del suo gestore cultore del mussolinismo. Si è infatti dato vita a quello speciale teatrino all’italiana in cui fascismo e antifascismo sono non ragionati, non approfonditi, non inquadrati in un disegno coerente, ma soltanto rappresentati, come in una pièce o, peggio, come in uno spot ad usum delphini, cioè a scopi elettorali. Figuriamoci!

Apertosi il mitico “dibbattito” ci si sono buttati un po’ tutti, ma la reazione per certi aspetti più inaspettata è stata quella di Beppe Grillo, che ha immediatamente opposto la più fiera resistenza contro l’ipotesi di interventi liberticidi contro la libertà di pensiero, di azione e di opinione sulla base dei principi liberali e democratici che il suo movimento propugna e impersona. Se non è uno spot questo. Con scarsa attinenza, in alcuni passaggi cruciali della vita del Movimento 5 Stelle - e lasciamo perdere le espulsioni a go-go per disobbedienza al capo - a quegli stessi principi invero sacrosanti se è vero come è vero (vedi Luciano Capone su “Il Foglio”) che sono gestite dall’alto, cioè da Rocco Casalino, “le interviste dei parlamentari pentastellati dettando le condizioni - che perlopiù sono l’assenza di contradditorio - e se non vengono garantite, è negata la presenza di esponenti del M5S. Gran parte delle trasmissioni televisive si adeguano al codice Rocco: solo ospiti graditi, interviste solitarie senza la presenza di giornalisti antipatizzanti”. Complimenti. Ma c’è una coda non meno istruttiva e riguarda sempre i radicali, ma di Torino e il loro dossier sul primo anno da sindaca di Chiara Appendino che in campagna elettorale aveva ripetuto il leitmotiv della giunta uscente col famigerato buco di bilancio, ripetendo poi, da eletta, di avere ereditato quel “buco” e le sue conseguenze nefaste a livello di risorse, ecc.. Era né più né meno che uno spot basato su una fake news, un falso, una notizia farlocca, come rilevato dalla Corte dei conti secondo il dossier dei radicali. Anche su questa notizia, un silenzio quasi tombale. Forse perché non era falsa.