Dazi: anche le formiche italiane s’incazzano

Sulla guerra dei dazi tra Usa e Unione europea la comune vulgata non la racconta giusta. Donald Trump ha deciso di mettere in atto una ritorsione commerciale contro le esportazioni europee a seguito della sentenza arbitrale del Wto che autorizza l’amministrazione di Washington ad applicare dazi sulle merci provenienti dall’Unione europea per un controvalore di 7,5 miliardi di dollari. La misura monetaria dei dazi è stata quantificata per risarcire il danno economico patito dall’industria aeronautica statunitense dalla concorrenza sleale del consorzio anglo-franco-iberico-germanico che per la costruzione dell’Airbus ha beneficiato di aiuti di Stato giudicati scorretti.

Purtroppo per l’Italia, il diritto di applicare dazi concesso a Washington non definisce i comparti produttivi sui quali intervenire ma lascia alla libera volontà del danneggiato la facoltà di scegliersi gli obiettivi da colpire. La scure americana si abbatterà sui nostri prodotti dell’agroalimentare per un impatto economico valutato in circa 1 miliardo di dollari. La parte lesa coglierà l’opportunità della ritorsione per dare una mano ai produttori statunitensi di falsi alimentari dell’Italian sounding. Accade così che ritornano in gioco i rapporti di forza sul piano geopolitico per i quali colpire gli interlocutori più fragili o meno reattivi è preferibile alle soluzioni drastiche che conducono allo scontro frontale con attori strategicamente più solidi e strutturati. Nella vicenda delle sanzioni in risposta al colpo basso dell’Airbus, Trump non se la prende solo con Francia e Germania, responsabili dei comportamenti oggetto di sanzione, ma allarga il raggio della ritorsione a Paesi, come l’Italia, che nelle vicenda specifica non c’entrano nulla. Per dirla in modo grossier è l’“effetto cetriolo” che si abbatte sul sistema produttivo nostrano.

Eppure qualcuno ci aveva raccontato degli idilliaci rapporti tra l’inquilino della Casa Bianca e il nostro premier, Giuseppe Conte. Evidentemente vi è stata una semplificazione narrativa sulla storia recente delle relazioni sull’asse Washington-Roma che ha confuso le idee a parecchi. Bisogna considerare che Donald Trump, di là dalle esibizioni muscolari, è un uomo d’affari. Sei suo amico se gli fai guadagnare più di quanto lui sia disposto a concedere in un rapporto commerciale. È vero che “The Donald” in piena crisi di governo italiana ha fatto un endorsement per l’“amico Giuseppi” (al secolo Giuseppe Conte) assolutamente inusuale. Tuttavia, se quello sia stato un prezzo pagato a corrispettivo di un’iniziativa amica del nostro Presidente del Consiglio che al momento non è dato di conoscere, anche se quel che sta venendo fuori in queste ore sulla vicenda della sponda italiana del “Russiagate” potrebbe offrirci un buon indizio circa la natura dei traffici tra Conte e Trump, non lo si può asserire con certezza. Di sicuro, nella trattiva non è rientrato lo stralcio della posizione italiana dall’elenco delle importazioni da colpire con l’applicazione dei dazi. Francamente, stracciarsi le vesti accusando il truce presidente americano di aver avviato una guerra contro i suoi storici alleati, è stupido e inutile. Troppo facile prendersela con il cattivone di Washington, fingendo di ignorare un piccolo dettaglio: sono anni che gli Stati europei stanno succhiando risorse dal “Grande Fratello” d’oltreoceano senza minimamente preoccuparsi di bilanciare i rapporti di scambio.

In realtà, è questione annosa che deriva da un convincimento cristallizzato nel tempo: approcciare i rapporti con gli Usa continuando a considerarli il compratore di ultima istanza di tutte le produzioni dei Paesi alleati. Ciò poteva essere vero ai tempi del mondo spaccato in due e della cortina di ferro. Ma a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino era inevitabile che le cose sarebbero cambiate. E che prima o dopo sarebbe approdato alla Casa Bianca un osso duro che avrebbe messo in riga gli amici che dalla fine del Secondo conflitto mondiale hanno continuato a svaligiare la dispensa del poliziotto buono del mondo. Quando Trump è arrivato alla Casa Bianca ha trovato una bilancia commerciale sull’orlo del collasso. Nel 2016 le importazioni Usa hanno raggiunto i 2,2 trilioni di dollari contro un export di 1,32 trilioni di dollari (Fonte: Observatory of Economic Complexity Oec – Usa). Non ci voleva un mago per comprendere la ragione principale del suo successo elettorale, condensabile in quello slogan “America first” di cui ora tutto il mondo sta cominciando a comprendere il reale significato. Chi non ha approfittato di suggere dalle mammelle della vacca sacra a stelle e strisce scagli la prima pietra. Gli europei farebbero bene a tenere le mani in tasca.

Se oggi ci tocca prendere una pedata da Trump ricordiamoci dei tanti calci negli stinchi che gli “amici” europei hanno puntualmente assestato al “fratellone” nella convinzione che, grande e grosso com’è, non avrebbe reagito. Vogliamo parlare di quegli spilorci dei tedeschi? Nel 2018 hanno esportato per 1.317.556 milioni di di euro e importato per 1.089.832 milioni di euro, con un surplus di 228 miliardi di euro (Fonte: Infomercati Esteri). Sono anni che si va avanti così: la locomotiva produttiva d’Europa vende ma non compra. Ci vuole la palla di cristallo per scoprire che di questo passo si va a sbattere? Con gli Usa, la Germania della Cancelliera Angela Merkel ha avuto un comportamento commerciale predatorio. Nel 2016 gli “States” hanno esportato in Germania prodotti per un valore di 49.362 milioni di dollari Usa e hanno importato per 114.227 milioni di dollari, con un saldo negativo di - 64.865 milioni di dollari (fonte: Onu Comtrade).

Ma anche la Banca centrale europea non ha scherzato. Come ha puntigliosamente osservato l’economista Alberto Bagnai sul suo blog, la svalutazione competitiva dell’Euro sul dollaro decisa dalla Bce nel 2015 ha avuto sulla bilancia commerciale il medesimo effetto dell’applicazione di un dazio da parte dell’Europa alle merci made in Usa. Spiega Bagnai: “Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%... con un'unica semplice mossa Mario Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona”. Visto che in questa vicenda nessuno è innocente, la si smetta di fare le anime candide e si vada alle misure riparative. Trump a prendersela con l’Italia ha commesso un errore che pagherà in futuro sul piano geopolitico, ma a cavarci adesso dai guai devono essere i cosiddetti Paesi fratelli che nei guai ci hanno ficcato. Sperare nel potere contrattuale della Ue è una causa persa.

Se dal 18 ottobre prossimo i nostri produttori avranno difficoltà a vendere il parmigiano, il pecorino o il prosciutto negli “States” per effetto dei dazi, vorrà dire che l’invenduto ammassato nei depositi lo compreranno la Francia e la Germania. Come si dice: chi rompe paga e i cocci sono suoi. Non lo faranno? Continueranno a snobbare le ragioni della difesa del made in Italy? Allora il governo italiano tiri fuori gli attribuiti, se li ha, e riapra d’imperio la questione della sanzioni alla Federazione Russa. Abbiamo un’eccedenza di formaggi e prosciutti che a qualcuno dovremo pur vendere. La richiesta di azionare gli aiuti in Unione europea, pur prevista in casi del genere, ci fa apparire i soliti accattoni che si accontentano di prendersi l’elemosina dai più forti che ci stanno rubando il futuro piuttosto che pretendere il riequilibrio dei rapporti commerciali all’interno dell’Unione. Basta farci pagare per distruggere il made in Italy. Vogliamo, dobbiamo pretendere di poter vendere ciò che produciamo. Con le buone, o con le cattive. Non è più tempo di restare a guardare la fatica degli italiani finire al macero o in discarica.