Il film di Luhrmann restituisce al pubblico un Elvis autentico

Il film racconta la vita complicata di Elvis Presley. Una vita non facile da sostenere a causa di molteplici situazioni familiari che ne determineranno la formazione della sua personalità. Un arduo compito, perfettamente assolto con Elvis, l’ultimo film del regista australiano Baz Luhrmann, dedicato alla vicenda biografica del Re del Rock and Roll, morto 45 anni fa, nel 1977 a soli 42 anni. Nel film sono abilmente inquadrati tutti i momenti più significativi della vita di Elvis, che spiegano il senso della sua morte, come coronamento, coerentemente tragico, dell’intera parabola della sua esistenza. A rendere più intensa la narrazione è la poetica di Luhrmann, che si avvale di sapienti effetti chiaroscurali per rendere più drammatica la sequenza filmica, ponendo in forte risalto personaggi, suoni e tutti i diversi particolari che compongono le scene. Una grande regia enfatizzata dall’impeccabile interpretazione, nella parte di Elvis, di Austin Butler, che per immedesimarsi nel ruolo ha imparato a cantare, muoversi e ballare come il vero Elvis, e di Tom Hanks, che interpreta Tom Parker, l’agente della grande rockstar, un manipolatore spregiudicato, cinico e spietato.

Luhrmann sottolinea tutti i momenti salienti della vita di Presley che hanno contribuito a formare la sua personalità sofferente: la morte del fratello gemello Jesse Garon nel momento che venne alla luce, senza vita, fa insorgere in Elvis la sindrome del “gemello sopravvissuto”, con il consolidarsi di sensazioni come quella dell’abbandono, dell’essere solo o di un oscuro senso di colpa; la sensazione di aver comunicato con Dio quando in una chiesa afroamericana, bambino e unico bianco, partecipa all’esecuzione di un “gospel”; il desiderio, immedesimandosi nel suo supereroe preferito dei fumetti, di riscattare la sua famiglia, disagiata e con il padre Vernon (interpretato da Richard Roxburgh) sempre in difficoltà, anche con la giustizia; la morte, quando è all’apice del suo successo, della madre Gladys (interpretata da Helen Thomson) alla quale era molto legato, fino a esserne fortemente dipendente; l’uso dell’anfetamina e della morfina, le droghe che lo condurranno alla morte.

Baz Luhrmann vuole contrapporre l’amore smisurato per l’arte alla logica insaziabile del profitto e, nel film, sceglie come filo conduttore della vicenda la dialettica tra il fragile, spontaneo e ribelle Elvis con Tom Parker che intuisce subito l’eccezionalità di un “bianco” con la voce di un “nero” che non si fa scrupolo di manipolare spietatamente la rockstar al solo scopo di realizzare il massimo profitto. È un incontro-scontro: Elvis è l’espressione delle aspirazioni di una società americana, animata da profondi cambiamenti socio-culturali soprattutto del mondo giovanile, in rottura con gli schemi del passato, rappresentati dalla repressione sessuale e dall’Apartheid.

Al mondo di Elvis si contrappone l’avidità di Parker, disposto a sacrificare la libera espressione artistica per assecondare i richiami più retrivi del potere. In questo contrasto, per due anni sarà costretto, nel 1958, a lasciare il palcoscenico ed entrare nelle caserme dell’Arkansas e della Germania: due anni lontano dal suo pubblico, ma conoscerà Priscilla (interpretata da Olivia DeJonge), la donna che diventerà sua moglie. Una particolare considerazione deve essere dedicata alla colonna sonora, avvincente e assolutamente adeguata in tutte le fasi del film. Baz Luhrmann ha certamente il merito di essere riuscito a restituirci con la sua magistrale regia un Elvis Presley autentico, ma si deve riconoscere che una parte notevole del successo deve essere attribuito anche alla colonna sonora composta da brani di notevole forza emotiva.