Abolita la censura cinematografica

Superato l’ennesimo arcaismo giuridico italiano: la censura cinematografica, in virtù della quale, prima della loro uscita in sala, i film venivano sottoposti a rigorosi controlli – cui in genere seguivano tagli e modifiche – in maniera tale da rimuovere le scene ritenute sconvenienti, cioè offensive nei confronti della pubblica moralità. Le modifiche apportare alla Legge Cinema, introduce un sistema di classificazione e supera definitivamente la possibilità di censurare le opere cinematografiche come avveniva regolarmente in passato.

Ad annunciarlo è il ministro della Cultura, Dario Franceschini: “Lo Stato – dice il ministro – non potrà più intervenire sulla libertà degli artisti”. Il decreto istituisce una apposita Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche presso la Direzione generale del Cinema del ministero della Cultura, la cui funzione sarà quella di verificare la corretta classificazione delle opere in uscita. La Commissione sarà presieduta dal presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, e ne faranno parte quarantanove membri di comprovata esperienza e professionalità scelti nel settore cinematografico, pedagogico-educativo e sociale, nonché da designati delle associazioni dei genitori e della protezione degli animali.

Il precedente sistema di controlli e censure, introdotto durante il Ventennio fascista – ma ampiamente recepito e utilizzato anche successivamente, in età repubblicana – era sostanzialmente un mezzo per rendere la vita difficile a tutti quei registi non convenzionali e non allineati alla visione dominante, le cui opere furono spesso giudicate – in maniera quasi sempre infondata – immorali e lesive del comune senso del pudore. Basterebbe, per citare qualche titolo e qualche nome, a gran parte dei film di Pier Paolo Pasolini, tra i quali “Mamma Roma” (1962), “Decameron” (1971), “I racconti di Canterbury” (1972) e “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (1975); a “Ultimo tango a Parigi” (1972) di Bernardo Bertolucci; a “Rocco e i suoi fratelli” (1960) di Luchino Visconti.

La lista delle opere messe “all’indice” nel corso del tempo è assai lunga: caddero sotto la scure del censore persino scene di film estremamente innocenti che avevano come protagonisti Totò o Aldo Fabrizi: è il caso di “Totò e i re di Roma” (1952), “Totò e Carolina” (1955) e “La famiglia Passaguai” (1951). Quando, nel 1962, si provò a riformare la legge di epoca fascista – rimasta intatta fino ad allora – cercando di circoscrivere le limitazioni e di definire meglio i criteri di offesa al pudore, alleggerendo così la censura ministeriale, si diede vita a un nuovo fenomeno che finì per rendere ancora più pesante la coltre di grigiore venutasi a creare: l’impegno, da parte di magistrati e associazioni di cittadini, per individuare e chiedere il sequestro dei film indecenti o contenenti scene giudicate scandalose. Ebbene, finalmente ci siamo sbarazzati di questo “fossile normativo”.

È ragionevole pensare che alcuni abbiano accolto la notizia con indignazione, convinti del fatto che, d’ora in avanti, i cinema saranno inondati di film con scene estremamente spinte, con nudi integrali o contenenti scene a luci rosse. Niente di tutto questo: semplicemente si rende effettivo il diritto dei registi di esprimere la loro arte nella maniera che ritengono più opportuna, senza temere di vedere il loro film fatto a brandelli da qualche burocrate perbenista. Attraverso la classificazione, potremmo sapere in anticipo che tipo di contenuti aspettarci da quel film, a quale pubblico esso si rivolge e scegliere, di conseguenza, se andare a vederlo oppure no. Non deve essere lo Stato a decidere cosa le persone possono o non possono visionare: coloro che sono sensibili a determinati argomenti o spettacoli, che non sono interessati o che percepiscono determinate scene come offensive (cosa assolutamente lecita, ci mancherebbe), semplicemente facciano a meno di guardare ciò che potrebbe urtare la loro sensibilità e che, col nuovo sistema, verrà loro segnalato anticipatamente.

Ma non si impedisca agli altri di fare l’opposto. Si lasci a ciascuno la libertà di scegliere. Lo Stato – oltre a non avere alcun diritto di emendare o controllare la libera espressione, dell’arte come quella delle idee – non è bene che agisca in tal senso per l’arte stessa: essa, infatti, fiorisce dalla creatività lasciata a se stessa, senza regole e restrizioni di alcun genere, dalla possibilità per gli artisti di esprimersi e comunicare il loro messaggio nella maniera che ritengono più opportuna ed efficace.

Per il resto, lo scopo della censura non è mai veramente la difesa di un certo standard morale (che si difende da solo, giacché se una cosa viene ritenuta immorale sono le persone stesse a rifiutarsi liberamente di metterla in pratica, se ciò non avviene significa che non c’è alcuno standard morale da difendere dallo scandalo), ma quello di limitare la libertà degli artisti e dei produttori di cultura – o di orientarne le opere verso un fine congeniale al potere – per proteggere o rafforzare una concezione ideologica o un assetto sociale stabilito. La censura serve solo a tenere sopite le coscienze e le menti, ad impedire che abbiano materiale sul quale lavorare e dal quale trarre conclusioni alternative a quelle “ufficiali”, anche sulla spinta dei messaggi veicolati da artisti e intellettuali, che spesso sono i più potenti.