Ci hanno voluto far credere a un futuro scintillante e lucido di superfici cromate, silicio e plastica controllato da gigacomputer parlanti. Era il sogno delle stazioni lunari al ritmo di valzer di Strauss, dove tutto era perfetto tranne il fallito tentativo di “uccidiamo il chiaro di luna” gridato nel 1909 dai Futuristi.

Il futuro in realtà è questo nostro presente più simile a quello immaginato da Ridley Scott nel suo Blade Runner, sporco e difettoso, piegato sotto un clima impazzito e in una società multietnica che non quello levigato e asettico di Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio. Nessun futuro più di questo ci rimanda al passato, al mito, alla leggenda perché di quelle si nutre l’anima dell’uomo.

Oggi, mezzo secolo dopo, tutti ricordano l’allunaggio in quella lunga notte, complottisti da Capricorn One o fideisti in Neil Armstrong non ha importanza, quello che conta è che Selene, la luna, l’anomalia del nostro sistema solare sia sempre lì da tempo immemore. Dal viaggio di Luciano di Samosata, a quello di Astolfo e di Cyrano de Bergerac, quella sfera lucente è il segno dell’andare oltre dell’uomo che, come Ulisse, va in cerca della conoscenza anche a costo del “folle volo”.

Poeti, musicisti, pittori, scrittori, a tutti loro “l’incostante luna” ha mostrato il proprio volto senza veli, aggiungendo mistero a mistero, ancora oggi quando soltanto pochi vedono su di essa la figura di Caino, il primo omicida, o di una donna che legge un libro o ancora, come avviene in Estremo Oriente, la lepre che vi gioca spensierata. Non sono riusciti a ucciderlo il chiaro di luna, i sognatori hanno continuato a trovarvi pozzi, strutture aliene, gatti in lotta contro terribili entità e prigioni piranesiane sino a un monolite nero, inquietante e intangibile.

Cosa abbia fermato un giorno gli uomini dall’andare sul nostro satellite è ancora un quesito insoluto che si aggiunge alle altre domande senza risposta, ma oggi, dopo gli applausi della scienza spinta ai vertici del secolo scorso, ci restano i dipinti di Caspar Friedrich, di René Magritte e il paesaggio al chiaro di Luna del Guercino e molti altri senza che nessuno ne abbia mai fatto una mostra, facendo sì che ci basti ancora alzare lo sguardo al cielo per continuare a sognare in quel museo senza stanze che è l’universo.