La famiglia Coleman in scena a teatro

Quante dimensioni interne ha una famiglia? Il calcolo delle possibili combinazioni non è poi così distante dal numero di astri della nostra Costellazione. Alcuni brillano di luminosa gioventù, altri sono giganti rosse dalle quali residuano in vecchiaia nane bianche che, post mortem, danno vita agli oggetti più inquietanti dell’Universo e completamente bui, dove neanche la luce può fuggire: i “buchi neri”. E “Il caso della famiglia Coleman” in cartellone al Teatro di Roma fino ad oggi (e c’è davvero da rammaricarsi!), per la regia di Claudio Tolcachir, (argentino che mette in scena all’Argentina e in spagnolo il suo farsa-dramma), è una delle speciali stelle di quel firmamento. Anziché idrogeno, qui però si bruciano sofferenza, stati d’ansia, disagio e disadattamento, che solo la miseria e una certa marginalità sociale è in grado di produrre. “Abuela”, è la Nonna, regista, fine tessitore, rete di sicurezza e mediatore eccezionale, che sorregge le cadute degli acrobati del suo personalissimo circo, dispensando pane e conforto per tutti i familiari.

Lo spettro delle relazioni è una combinazione di blu, giallo e rosso, corrispondenti a Paradiso, Purgatorio, Inferno, come sempre un po’ troppo adiacenti e interferenti tra di loro. Chi gode dell’Abbondanza, come Veronica, si nutre di peccato oltre le grate del confessionale, vergognandosi delle sue origini umili e delle condizioni alla nascita. Solo Abuela la tiene ancora legata al teatro dei pupi folli di Casa Coleman. Marito è il fratello ritardato di Veronica, entrambi nati dallo stesso padre che ha scelto, separandosi da Memé, di portarsi dietro la figlia sana lasciando al suo destino l’altro, il diverso, affidato a una madre immatura che ha avuto da un secondo compagno altri due gemelli, Gabi (la più giovane delle sorelle e il vero sostegno economico della famiglia con i suoi lavori precari e stagionali) e Damien, un po’ cleptomane e molto confusionario aggressivo, privo di orizzonte e che non si dare un futuro. Memè, matura negli anni e immatura nell’anima e nei comportamenti, gestisce le pene di Marito all’interno di una spessa coltre edipica, lasciando che il figlio ormai adulto dorma ancora nel suo letto.

Ma l’incessante, paradossale invocazione di Marito a sopprimere i “nani” (ovvero i due figli piccoli) della sorella separata, Veronica, riecheggia una scissione dolorosa e dirompente del suo originario nucleo familiare. Malgrado la sua mente oscurata, che lo spinge a non lavarsi o a farlo completamente vestito, sa suscitare metafore velenose nel fantasmatico di Veronica, creando ad arte un drammatico, ipotetico scenario di separazione tra i due “nani” di cui la madre sarebbe l’artefice e la responsabile. Nel finale, la stanza d’ospedale di Abuela diventa una sorta di suite d’albergo per i bisogni elementari dei Coleman, come lavarsi e nutrirsi, in assenza di riscaldamento e di una doccia funzionante in una casa ormai senza più registro contabile. La scomparsa di Abuela scioglie come un sole malato le ali di un Icaro indementito, facendo precipitare in basso tutti i pregressi legami familiari, che si frantumano miseramente al primo drammatico impatto con la realtà dell’Assenza, quando anche l’ultima ancora esistenziale viene rimossa dalla tirannia del tempo che passa.

In tal modo, il filo blu di Gabi si scioglie in una nuova e solida coppia, mentre tutti gli altri vanno alle deriva, ognuno per proprio conto, accumulando debiti con il Destino.

(*) Per info e biglietti: Teatro di Roma