“L’Arminuta”, il libro “Premio Campiello”

Da Pescasseroli al Premio Campiello. Presentato il 23 agosto scorso, all’interno della rassegna “Lib(e)ri in scena”, diretta da Dacia Maraini e ambientata nella affascinante cornice del centro storico del paese natale di Benedetto Croce, il bel romanzo de “L’Arminuta” (Edizioni Einaudi) della scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio ha meritatamente trionfato, circa un mese più tardi, nella prestigiosa rassegna veneziana. L’autrice, un medico odontoiatra pediatrico, narra i complessi origami dell’animo adolescenziale interpolando in modo magistrale l’esperienza pluridecennale di terapeuta con le sue radici geografiche, culturali, popolari e dialettali. “L’Arminuta” in dialetto abruzzese, è colei che è stata restituita, ovvero “tornata indietro”, dalla sua benestante famiglia di adozione a quella delle origini, povera, umile e ignorante. Ma, questo percorso a ritroso è, necessariamente, uno scendere nel vuoto ai piani inferiori, un atto di magia nera che nasconde nelle fumisterie dei suoi trucchi di scena il cambio tragico di passo, lo schierarsi impietoso della vacuità degli affetti. L’ingresso in un nulla, in un limbo affettivo ferito dall’impotenza, avaro di alcuna spiegazione diversa dall’atto di imperio come la restituzione brutale di cosa non più desiderata, malgrado dalla nascita sia stata apparentemente amata da una finta madre, fino compimento dei suoi tredici anni.

Trovarsi all’improvviso in una casa spoglia senza sorriso né futuro, domicilio di stenti, che ospita il dormitorio squallido di una stanza con materassi rancidi per cinque fratelli, il cibo scarso e la pochissima cura verso i figli di genitori schiantati dall’obbligo della sopravvivenza, per aver messo al mondo quattro maschi, di cui tre post adolescenti e l’ultimo piccolissimo, e due femmine, lei l’Arminuta, la più grande, e Adriana, la minore. Solo un letto stretto testa-piedi per loro due; l’enuresi della più piccola con il suo odore di urina; la sua grandiosa forza interiore, àncora di sopravvivenza e luogo di ritrovo affettivo per entrambe che non si erano mai conosciute prima. La luna nera di una verità nascosta, ragione dell’abbandono e della restituzione, sempre presente in un cielo notturno senza stelle, perseguitato dall’insonnia di fanciulla, fitto di pensieri terribili che protendono disperatamente le mani verso una luce che rimane sopita. La costruzione bipolare dell’immaginario delle due madri, piena di nostalgia e di tenerezza per quella adottiva, l’Adalgisa; adombrata di cattiveria e di disgusto per quella naturale, incapace di tenerezze, ruvida e inaccudente, come tutte le donne del popolo minuto che devono mettere in tavola il poco che dà il salario scarso e precario di un operaio addetto a una fornace di mattoni.

Poi, i doni materiali da parte di Adalgisa, che non compare mai ma conosce tutto della figlia adottiva e ne asseconda le minime esigenze: un letto a castello; denaro e vestiario per lenire la grande miseria. Regali che rappresentano il frutto amaro dei sensi di colpa, miscelati ad affetto autentico, saldati a quella scia del materno che nessun artificio è in grado di distaccare dalla gomena della mente. Poi, le tempeste ormonali dei fratelli maggiori, la deriva quasi certa verso l’incesto, per mancanza di convivenza quotidiana dalla nascita, il solo rimedio per tenere desto il tabù dell’accoppiamento tra fratelli. L’ultimo passo della passione acerba fermato, impedito dalla morte del fratello maggiore, Vincenzo. Le fughe verso il mare; le sottili complicità tra sorelle; il dividersi in segreto le poche cose possedute, cibo in particolare. Il mondo precedente di Arminuta richiamato a forza in quello del presente. Un inseguimento disperato alla ricerca del bene-amore, della sua parola, oggetto alieno e quasi nemico all’interno della famiglia naturale, in cui l’Edipo affiora nei rapporti tra padre e figlio maggiore: Vincenzo il diverso alla ricerca dei diversi, gli zingari, con i quali divide avventure segrete e che sono il bene rifugio delle sue fughe frequenti dalla casa paterna.

Poi, all’improvviso, il precipizio della verità nascosta che libera il vulcano dell’ira adolescenziale per l’infanzia tradita. Un segreto, quello di Adalgisa, che ogni adulto sapeva e taceva. Ma nessuna tempesta è senza fine. E Adriana, la sorella minore, sarà il sole che darà all’Arminuta l’energia diurna, in ultimo felice di aver ritrovato la sorgente laddove scorgeva soltanto una terra riarsa, con i suoi seni inariditi, senza più nutrimento zuccherino. Scritto e narrato in modo eccellente.