Solenghi-Dapporto: attenti a “Quei due”

Attenti a “Quei due”? No, non c’è da temere. Soprattutto se i protagonisti della pièce in scena al Teatro Quirino di Roma fino al 19 marzo sono Harry e Charlie (interpretati, rispettivamente, da Tullio Solenghi e Massimo Dapporto), due anziani titolari di una misera barberia dei sobborghi londinesi degli anni Sessanta, nell’Inghilterra ancora tardo vittoriana dell’epoca, in cui la convivenza tra omosessuali, oltre allo scandalo, poteva rischiare una denuncia e poi una condanna penale. La commedia pseudo-drammatica è un adattamento del testo di Charles Dyer “Staircase” (“Il Sottoscala”), titolo simbolico rievocativi di ricordi ancestrali del non detto e dell’innominabile che si cela nei sotterranei delle città e nei canali di scolo delle acque luride. “Quei due” è prevalentemente una materia da psicanalisti, i soli che abbiano strumenti sufficienti per analizzare le biforcazioni dei gusti e delle tendenze sessuali, che prendono spesso rami carsici, separando nettamente l’apparenza corporea dalla sostanza della mente.

La commedia di Dyer descrive magistralmente l’incrocio di due biforcazioni: la prima (Harry) parte e rimane all’interno del femmineo, in cui il personaggio ricade nel normotipo dell’omosessuale classico che, fin da bambino, sviluppa la sua natura di diverso prendendo a modello la propria madre e identificandosi pienamente con lei, in un rapporto morboso di possessività e protezione reciproca. Lei, che ne intuisce benissimo la devianza, assecondandola con quella pietas che la paternità maschile non intende riconoscere, in quanto schierata a difesa del modello tradizionale di virilità che non ammette devianze di alcun genere, ritenute offensive e pericolose per la stabilità familiare e di gruppo. L’altra biforcazione, invece, parte da un’origine più apparentemente eterosessuale, per cui seppur latenti, certe pulsioni vengono negate dalla barriera della ragione e delle consuetudini sociali. Questo tipo di personalità, come quella di Charlie, tende alla mimesi e a occultare persino a se stesso una profilazione non ortodossa di sessualità. Quindi, magari si sposa e fa anche figli, illudendosi di aver per sempre fuso all’interno del camino del vulcano il germe maligno della sua diversità latente, che lo agita e lo allarma.

Probabilmente, come accade a Charlie, giocare a fare l’attore, preferibilmente interpretando ruoli femminili, è un comodo metodo di sublimazione dell’Io profondo, che non dà tregua nel ridotto della propria coscienza. Fino a quando gli eventi non precipitano e il corpo si separa più o meno definitivamente (e nella commedia di Dyer questa modalità non risolta ha un suo ruolo) dalla sua maschera, gettando alle ortiche un’eterosessualità difensiva, per abbracciare una scelta carnale omofila, favorita dall’incontro con l’effeminato Henry che, perfetto nel ruolo molto fru-fru mantiene ben saldi i suoi cardini affettivi. Il primo, contratto dalla nascita, con l’accudimento maniacale della vecchia madre che vive in casa sua “Upstairs” (anche qui i simboli sono tutto!). Il secondo, intrattenuto nello “Staircase”, passionale e affettivo, nei confronti di Charlie che ne ricambia le attenzioni con una buona dose di scherno e di presa in giro, vergognandosi sempre un po’, in fondo, della condizione di entrambi. Tanto è vero che, perseverando in ruolo un po’ cinico maschile, Charlie ha sistemato la sua di madre in uno squallido cronicario, mentre della sua unica figlia non sa praticamente nulla. E ha il terrore di rivelarle la sua vera vita accanto a Henry.

Soggetto alquanto delicato e scabroso, anche nella società “aperta” di oggi.