Spot nello spot

La multimedialità consente di inseguire il soggetto nei luoghi da lui frequentati. E diventa persecuzione camuffata da assistenza affettuosa quando, ad esempio, cercate una luce a led su Google o su eBay e, un minuto dopo, Amazon, sempre ad esempio, inserisce sulla vostra schermata di Facebook un simpatico assortimento degli oggetti che vi interessano. Prossimo scenario, già tecnicamente realizzabile, un copriwater wi-fi che, quando si abbassa, chiede se abbiamo abbastanza carta igienica e ci suggerisce di pronunciare un semplice “no” nel microfono incorporato: in mezz’ora arriverà un paccone voluminoso, ma leggero.

La massaia tradizionale esiste ancora e può essere attratta da una famiglia televisiva che le assomiglia, ma il figlio digitale gira per casa con i tappi per non udire tracce analogiche che puzzano di scorso millennio. E per aggiornarsi sfrucuglia internet, che sta a lui come il dado in offerta sta alla sua mamma. Il ragazzo cerca tecnologie, e non certo sulla pubblicità tabellare. Per lui da qualche anno è spuntata una figura nuova: maschio, simpatico (quasi sempre), comunicativo, fra sedici e vent’anni, appassionato di elettronica, informatica, videogames e aggeggiologia varia: quella presente nella stanza dei giochi inutili dei bambinoni gaudenti. Ha un canale YouTube dove dà consigli, ma non solo per mettersi in mostra: i like gli servono per attirare l’attenzione di grandi aziende, che iniziano a coccolarlo traendo poi notevoli vantaggi.

Le strategie di comunicazione sono diverse, anche a seconda del carattere del tecno-divetto. Uno dei più accattivanti è Jacopo D’Alesio, classe 1999, di Arona. A quindici anni aprì il suo canale, a riprova della precocità della Generazione Zeta, di cui lui è un anziano, quasi al confine con gli “antichi” millennial. Nome d’arte: Jakidale. I suoi video hanno collezionato oltre 400 milioni di visualizzazioni, mentre gli iscritti al canale sono circa un milione e mezzo. Il suo show è l’ormai classico “unboxing”: scarta pacchi che riceve dalle grandi aziende e lo fa con la gioiosità di un infante che apre i regali di Natale: tanti, tantissimi, con cui forse non giocherà mai.

Il suo stile, o la sua strategia, sta nel mostrare un entusiasmo variabile, fino a snobbare alcuni oggetti e a ridere di trappolette inutili anche per i cultori del superfluo, sacrificandole alla sua fama di imparziale. Siti web vagamente attendibili stimano il guadagno di Jakidale nell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Ma su questo non ci sono dati certi, mentre è sicuro che gira il mondo, scorrazzando fra i saloni specializzati dove gira reportage formato smartphone, che poi monta con maestria da moderno pubblicitario.

I ragazzi che tentano di emularlo sono tanti, ma raramente hanno la sua ironia e spesso cedono ingenuamente all’istinto di osannare ogni prodotto, vanificando la formula “guardiamo insieme quello che ho trovato”. Ognuno di loro è il fratello, l’amico che ha tutto e segnala, mostra, spiega, ma poco. Trasmette dalla sua cameretta in famiglia. Jakidale ha qualcosa in più: si fa capire anche dagli adulti recettivi, quelli che magari compreranno e poi non sapranno usare proprio bene, ma hanno i soldi per provarci. Tutti gli unboxer parlano con grande proprietà e pronuncia eccellente dei termini inglesi. Sono educati, carini, come Andrea Bentivegna, in arte BlackGeek, il quale, però, racconta gli iPhone 12 con uno stile più vicino a quello di un commesso nerd di Apple Store che a quello del compagno di scuola casinaro, ma sempre avanti.

Comunque, pare che piaccia, al punto che i suoi unboxing sono a loro volta interrotti da altri spot, quelli tradizionali. Ma il pubblico sopporta l’intrusione, per vedere come va a finire lo spacchettamento, magari attratto dal mistero della Apple che, forse per salvare il pianeta, non fornisce più alimentatori e auricolari di uno smartphone che costa 1200 euro o più. È certo che, fra qualche tempo, questa filosofia pubblicitaria sarà superata. Ma per ora è uno spettacolino gradevole per ragazzoni, generalmente maschi, i quali anche a novant’anni riescono a sognare giocattoli del futuro.

Non va infine dimenticata la progressiva discesa in pubblicità di Salvatore Aranzulla, l’uomo a cui tutti rivolgono da anni qualsiasi domanda tecnologica, anche la più strana: lui l’ha prevista e, sul suo sito, ha sicuramente pubblicato la risposta, aggiungendo link sicuri, al riparo da trappole che odorano di phishing e di virus informatici. Aranzulla ha trent’anni, che in questo campo sono proprio tanti, e il suo spirito, di stampo molto tradizionale, invoglia a rivolgersi a lui pure chi non si sognerebbe mai di dialogare con tecno-mocciosi. I quali sono simpatici, ma fuori dalla portata, ad esempio, di quell’anziana signora che, con l’aiuto della figlia, iniziò a interrogare Google. Impuntandosi, però, nel voler inserire, dopo le parole chiave, un educato “grazie!”.