Giornata dell’autismo: conoscere e sensibilizzare

Oggi è la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Istituita nel 2007 su proposta della delegata del Qatar alle Nazioni Unite Mozah bint Nasser al-Missned, ha come obiettivo quello di sensibilizzare gli stati membri dell’Onu sul tema delicato (e spesso controverso) dell’autismo. Il 2 aprile si riuniscono realtà e associazioni internazionali per fare il punto sugli sviluppi della ricerca, sui progressi nell’ambito della diagnostica e sull’aspetto dell’accettazione della condizione autistica nelle famiglie e nella società. Il concetto di “autismo” è piuttosto mutevole e nel tempo ha cambiato spesso significato e applicazione. Anzitutto, l’autismo non è una malattia – seppure presenti sintomi talvolta patologici – bensì un complicato spettro di manifestazioni più o meno precoci che vanno da un’interazione sociale limitata e compromessa, sino all’attuazione di comportamenti ripetitivi e interessi fortemente ristretti su alcuni settori. La classificazione formulata dall’Onu e oggi in vigore in Italia riconosce la presenza di un “autismo infantile” e di un “autismo atipico”, che insieme alla sindrome di Asperger costituiscono i disturbi evolutivi globali dello sviluppo psicologico. In Inghilterra, ad esempio, nella definizione di disturbo dello spettro autistico rientrano sia i due autismi sopracitati che la stessa sindrome di Asperger, segno che non c’è ancora – a livello internazionale – la stessa definizione del quadro.

Negli anni le diagnosi di autismo, almeno negli Stati Uniti, hanno subito un incremento notevole (dai 5 casi su 10mila negli anni Novanta ai 50 casi su 10mila agli inizi del terzo millennio); colpisce maggiormente i maschi (con un tasso che va dalle 2 alle 8 volte rispetto alle femmine) e si manifesta generalmente nei primi 3 anni di vita. Bisogna ricordare che manifestazione, diagnosi e accettazione non sempre avvengono in modo controllato e lineare, e che subentrano elementi come la scarsa conoscenza del disturbo, l’ancora diffuso stigma sociale e talvolta la vergogna (primo sintomo di accettazione). Il quadro che delinea il disturbo dell’autismo è sfaccettato e complesso, e spesso si arriva all’età scolare e pre-adolescenziale senza che ancora non si siano effettuati test e visite. Elementi come la conoscenza del quadro del disturbo, il contesto socio-economico e culturale, nonché la disponibilità di psicologici e medici esperti nel proprio territorio contribuiscono a rendere ampiamente diverse le stime effettive sulle persone autistiche. Un altro punto che rende meno chiara la condizione autistica è il fatto che le cause del disturbo ancora non sono del tutto evidenti: si va dalla correlazione con anomalie genetiche sino a lesioni congenite del sistema nervoso in via di sviluppo. Ancora molto diffuse le pseudo-teorie complottistiche che vedrebbero l’origine dell’autismo nella somministrazione del vaccino tetravalente e quelle meno complottistiche – bensì datate e per lo più fantasiose – che vedrebbero ad esempio una maggiore presenza di autistici in famiglie di alto livello culturale (famiglie che, secondo lo psichiatra Leo Kanner, sarebbero più inclini a comportamenti ossessivi).

Al di là delle teorie e delle assurdità che accompagnano ormai ogni tentativo di progresso scientifico, resta il fatto che le cause dell’autismo sono poco chiare e questo rende la prassi dell’accettazione piuttosto delicata, con la negazione stessa dei sintomi da parte dei genitori e l’autoconvincimento che si tratti di comportamenti “normali” o al massimo “peculiari”. Ogni persona ha la sua sensibilità e sarebbe letteralmente innaturale spingere qualcuno ad accettare – e quindi normalizzare – il disturbo autistico. Per fortuna la consapevolezza sullo spettro sta aumentando, c’è maggiore sensibilizzazione e l’accettazione – seppure inizialmente difficile – è sempre più diffusa e porta la persona con il disturbo a vivere in un ambiente più sereno ed aperto. La quotidianità di un autistico potrebbe a volte sembrare normale (vanno a scuola, frequentano l’università, lavorano, alcuni hanno famiglia): sta di fatto che si tratta di esistenze caratterizzate da limiti relazionali, interessi ossessivi, uniti spesso alla necessità di svolgere attività programmate al secondo, con il rischio che si verifichino crisi qualora l’attività stessa fosse impedita: ad esempio vestirsi sempre allo stesso modo, sedersi sempre sullo stesso posto dell’autobus, uscire di casa esattamente alla stessa ora.

Si tratta di elementi che possono caratterizzano la vita quotidiana di un autistico. La speranza è che – e questo vale per tante altre situazioni su cui c’è poca chiarezza scientifica – laddove non arrivi la ricerca possano arrivare le istituzioni e la società, promuovendo un’ampia conoscenza del disturbo, aumentando la formazione psicologica e medica, stimolando l’accettazione della persona con autismo e stigmatizzando piuttosto episodi di ignoranza e vera e propria discriminazione. Si tratta di un disturbo che in molti casi permette un esistenza quasi normale: un buon risultato non sarebbe quello di normalizzare il patologico (cosa che i social stanno contribuendo a fare, con rischi etici evidenti) bensì convivere con le diversità e arricchirsi nel confronto con esse.

Aggiornato il 02 aprile 2025 alle ore 10:50