Umanizzare il carcere

Responsabilizzare l’individuo, culturizzare il detenuto

L’ultimo dato dei suicidi in carcere, 74 dall’inizio dell’anno, è il peggiore che si registra da 13 anni. Questo fatto dovrebbe aprire in Parlamento una seria riflessione su questa umanità perduta. Recentemente Il Dubbio ha rilanciato un appello firmato da diverse personalità per chiedere l’applicazione di alcune misure per rendere la vita nelle strutture di detenzione meno difficili come: aumentare il numero di telefonate verso i familiari; alzare a 75 giorni i 45 previsti a semestre per la liberazione anticipata; creare spazi da dedicare ai familiari; aumentare il personale per la salute psicofisica; giustizia riparativa e sanzioni sostitutive delle pene detentive. Purtroppo ancora oggi in Italia la detenzione è vista come la più efficace misura di protezione e prevenzione dal crimine da far scontare ad un condannato, nonostante la nostra Costituzione parli di pena e non di carcere.

Certamente ci sono soggetti tra gli ospiti nelle patrie galere aggressivi e potenzialmente molto pericolosi, ma questo non giustifica la non predisposizione di misure alternative alla reclusione per tutti gli altri. Infatti, la differenza tra i provvedimenti di stampo ottocentesco (il carcere) e quelli del terzo millennio dovrebbe stare proprio nell’alternatività tra i vari dispositivi, che vanno dal bagno penale alla libertà vigilata e con l’aiuto delle nuove tecnologie informatiche in qualche caso anche a quella autocontrollata. Il nodo della questione è assolutamente politico e sta nel fatto che la sanzione dovrebbe da un lato punire e contenere e dall’altro rieducare e riumanizzare il soggetto, altrimenti si configura come un totale fallimento la sua espiazione tanto da potere parlare più di vendetta che di giustizia.

È una questione semplicemente di grado di civiltà della nostra società. Seppur ci possano essere isole meno tristi, con case circondariali meno oppressive e affollate, resta il fatto che la privazione della libertà per l’uomo, sia a tempo determinato che non, è la più atroce delle condanne, che spesso non raggiunge lo scopo rieducativo, ma anzi non fa altro che esacerbare i rapporti dell’individuo con se stesso e con gli altri. E allora che fare? Non condannare più nessuno? Non proteggere la persona e la proprietà dai criminali? Certo che no. Bisogna ripensare tutto il sistema delle pene in senso più umano e meno coercitivo.

Permettere di scontare la condanna fuori dalle mura circondariali per i soggetti non aggressivi e pericolosi, ma anche per tutti coloro che hanno commesso reati non significativi dal punto di vista della violenza, attraverso l’utilizzo della geolocalizzazione in libertà vigilata ed anche, per coloro che ne fossero idonei, quella autocontrollata con l’utilizzo di una applicazione informatica di certificazione della posizione e dell’attività. I docenti di ogni ordine e grado lo fanno tutti i giorni utilizzando il registro elettronico: in esso autodichiarano dove sono e cosa hanno svolto o stanno facendo in quel determinato istante. Basterebbe utilizzare lo stesso metodo per coloro che devono scontare una sanzione minore o che sono quasi alla fine del loro percorso carcerario e ormai non necessitano di stare in una cella quasi sempre sovraffollata. Magari anche pensare a dei luoghi all’aperto controllabili attraverso sensori rilevatori per evitare allontanamenti o avvicinamenti fraudolenti, come per le auto nel sistema delle zone a traffico limitato, permettendo al condannato di muoversi liberamente dentro un perimetro ben delimitato, per esempio in un quartiere di una grande città o nel territorio di un piccolo comune.

D’altronde nell’era in cui si utilizzano i droni per colpire obiettivi militari a distanza di molte centinaia di chilometri non penso sia un’attività complicata da realizzare e soprattutto da controllare che potrebbe pure essere affidata anche a imprese private specializzate. Contemporaneamente però il soggetto dovrebbe essere seguito dal punto di vista culturale e psicologico, in maniera che lui stesso si possa rendere conto del danno effettivo che le sue azioni hanno arrecato agli altri ed anche a se stesso. Sarebbe poi utile prevedere percorsi di reinserimento lavorativo, dando a lui la possibilità di scegliere autonomamente magari consigliandolo adeguatamente. Già poter avere davanti diverse opzioni di vita sarebbe un modo per responsabilizzarlo, rendendolo protagonista consapevole, come scrive Antoine Garapon in Lo Stato minimo, il neoliberalismo e la giustizia “i diritti rappresentano per l’individuo un capitale, che quest’ultimo dovrà poter rivendicare, utilizzare, eventualmente scambiare o addirittura svendere (come nel patteggiamento penale, ove egli rinuncia ai propri diritti a un processo equo in cambio di una diminuzione di pena), per massimizzare i propri vantaggi e minimizzare i propri rischi. Il neoliberalismo individua nel singolo, che si tratti di una persona o di un’impresa, il soggetto di ogni obbligazione giuridica. Se l’individuo è diventato medico di se stesso, l’insegnante di se stesso, consigliere spirituale di se stesso, è diventato anche avvocato di se stesso e forse anche giudice di se stesso!”. Forse riusciremo a mitigare gli effetti negativi pre e post carcere con questo processo di autoresponsabilizzazione; sarebbe comunque un tentativo utile per trovare un’alternativa concreta alla galera.

Ogni detenuto inoltre soffre per la mancanza di affettività e di socialità dentro e di “straniamento” ed “estraniamento” una volta fuori, che è il senso di inadeguatezza e di incomprensione della realtà circostante che lo colpisce al momento del ritorno in libertà, specialmente se è stato sottoposto ad una lunga carcerazione. Essendo essa una istituzione sociale e non naturale, la soluzione più efficace per minimizzare questi effetti, come afferma Daniel Gonin in Il corpo incarcerato è comunque quella di permettere ai detenuti la possibilità di avere una vita affettiva, perché avrebbe esiti benefici sul suo corpo-mente con riduzione del senso di vuoto, di superficialità nei rapporti e di frustrazione. La coltivazione dei rapporti emotivi renderebbe anche più “sopportabile” il ritorno allo Stato libero, e permetterebbe una continuità nei rapporti con le persone più significative, alleggerirebbe di molto la coercizione che l’istituzione “detentiva” esercita e essa stessa ne gioverebbe di una nuova rifunzionalizzazione.

È necessario uscire dalla logica che un crimine va ripagato comunque secondo la massima biblica “dell’occhio per occhio, dente per dente”, si corre il rischio di diventare orbi ed edentuli. Il carcere all’oggi, continua ad assumere fondamentalmente la funzione solo di una pena corporale, perché fisicamente “totalizzante”. Se immaginassimo i benefici, sia in termini sociali che economici, di una nuova riumanizzazione del detenuto, riusciremmo a individuare le alternative alla reclusione che si possono implementare. Ne avrebbe vantaggio il nostro sistema giudiziario in generale perché diminuirebbero le recidive, come dimostrano i dati degli altri paesi europei dove le misure sono meno legate alla reclusione. E soprattutto non sarebbe avvertita la casa circondariale, come un luogo in cui relegare il male o ciò che non ci piace della natura umana.

In genere infatti le carceri sono state costruite in luoghi lontani dai centri delle città, quasi a voler separare questa umanità dal resto della civiltà, posti di cui ci importa poco e che vengono alla ribalta solo quando qualche disperato si toglie la vita. Sono considerate dai “liberi”, passatemi il termine, come “discariche” umane di cui non ci si vuole occupare, solo perché lì abbiamo sepolto ancora vivo la personificazione della cattiveria del mondo, e dai reclusi come un “inferno” da cui scappare anche con l’autolesionismo, che in certi casi arriva fino alla morte. Addirittura viene messo in rapporto solo con essa persino nei detti popolari: per esempio a Palermo per indicare la fine di un criminale si usa ancora dire “o carrozza (il carro funebre) o Vicaria (il nome dell’antico carcere della città)”, e per indicare un particolare soggetto ritenuto perfido, lo si appella “vicarioto” (ex carcerato) in termini dispregiativi. Un orrore senza fine che si perpetua nel tempo, che non è degno di una “res pubblica” civile.

Che umanità è quella che difronte alla sofferenza chiude gli occhi o si gira dall’altro lato? Semplicemente non lo è. E per quelli che comunque devono rimanere dentro l’altro aspetto che fa parte di un processo di rifunzionalizzazione, è quello delle strutture da ammodernare da un alto e da “umanizzare” dall’altro, sia dal punto di vista degli spazi fisici che per quelli più ampiamente culturali. E cosa c’è di più umanizzante della cultura e dell’arte? Perché non pensare ad una efficace interazione in tema tra il Ministero della Cultura e quello della Giustizia (a cui peraltro in maniera significativa è stata tolta anni fa la “Grazia” dalla denominazione)?

Basterebbe poco. Infatti i magazzini dello Stato sono pieni di opere d’arte che difficilmente verranno esposte al pubblico per mancanza di luoghi ed anche di tempo e allora perché non far diventare gallerie permanenti i grigi corridoi delle case detentive? Perché negare la possibilità ai reclusi di potere cambiare il proprio punto di vista sulla realtà anche attraverso l’arte? Sicuramente tutti coloro che vivono in quelle realtà, sia operatori che ospiti, ne trarrebbero beneficio, il potere evocativo dell’arte è superiore rispetto alle altre forme sensoriali, educheremmo così la mente e lo spirito alla bellezza e ne stimoleremmo a sua volta una positiva creatività. Sarebbe un processo di culturizzazione senza eguali. Un ambiente più “salubre” da questo punto di vista, sarebbe di aiuto nella rieducazione del soggetto, che è l’autentica e civile finalità di una sentenza di condanna, che speriamo comporti finalmente una pena senza un inutile e disumana sofferenza.