Karl Marx e la tecnologia umanistica

Su Karl Marx ho scritto. Il che significa che ho scritto presso che un tintinnio. Vi sono personalità che, bene o male, costituiscono viaggi esplorativi illimitati, inesauribili. Avvincono quando pure le neghi, impossibile scansarle. Quando scrissi la biografia di Marx: Marx contro Marx, Dino Editore, 1983, la più ramificata indagine sulla vita e sull’opera pubblicata in Italia, per mesi convissi con il pensiero del filosofo tedesco. Ed è esperienza che ciascuno dovrebbe vivere, a sua scelta di compagnia. Ho ripetuto l’esperienza con le biografie di Friedrich Nietzsche e Sigmund Freud. La Scuola dovrebbe rendere biografici i pensatori e non ridurli esclusivamente al pensiero.

Occorre umanizzare, individualizzare la cultura. Noi abbiamo un doppio incarico: reindividualizzare l’uomo, tornare alla natura naturale. Può accadere in epoca sovratecnologica? Marx, eccolo, l’abbiamo afferrato. Il “sogno” che però egli stimava profetico-scientifico: che la tecnologia sarebbe stata così efficiente da produrre oltre la possibilità di consumo giacché i lavoratori sarebbero stati espulsi dal lavoro data la maggiore produttività e l’impiego della automazione, pertanto: accresciuta produzione e minore quantità di consumatori. Assurdo. Catastrofe.

Lotta per i mercati, masse povere senza lavoro, produzione a gambe all’aria, nessuna riduzione dell’orario di lavoro, tutt’altro, licenziati e i restanti con il vecchio orario, insomma l’irrazionalità economica. Per Marx ceto medio e proletariato avrebbero subito i colpi della concentrazione dei capitali (che noi definiamo multinazionali). Mai profezia scientifica fu meno scientifica. Avvenne l’opposto: il ceto medio e la piccola e media impresa se non ovunque in ogni caso crebbero e il proletariato, diventato consumista, permise la vendita delle merci e della esuberante produzione.

L’economia ebbe uno svolgimento alla Robert Owen, il lungimirante imprenditore che pagava gli operai maggiormente e costoro maggiormente acquistavano (semplifico). Decenni, e lo svolgimento sociale si prolungava in questa fenomenologia.

Produzione-consumi, consumi-produzione. Maggiore produzione? Maggiori consumi! Maggiori consumi? Maggiori profitti. Maggiori profitti? Maggiori investimenti! Maggiori investimenti? Maggiore occupazione! La mano invisibile (Adam Smith), l’armonia prestabilita (Gottfried Wilhelm von Leibniz), l’astuzia della Ragione (Hegel), la Provvidenza (Dio) si complimentavano, la Storia aveva trovato un equilibrio da rendersi da storia ideale storia reale, e dunque pure Giambattista Vico si aggiungeva.

Nel terzo libro de Il Capitale, a brani, ormai era stanco, Marx intravedeva ma non definiva, quel che sarebbe accaduto nel commercio internazionale. Smith aveva sostenuto che il commercio mondiale cagionava la pace, tu produci quel che io non produco e io quel che tu non produci, lo scambiamo, i positivisti esaltavano l’industrializzazione universale e la fine delle guerre, Frédéric Bastiat scorgeva serenità planetaria, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi accennava critiche ma auspicava una società di piccole imprese, inconcepibile. Così Pierre-Joseph Proudhon. Minimissimi cenni. E Marx? L’unico che si palesava dialettico in modo hegeliano vale a dire: la contraddizione come obbligo al superamento (tesi, antitesi, sintesi).

Il paradosso di Marx: il capitalismo spazza le piccole imprese, proletarizza il ceto medio, annienta e sottoproletarizza il proletariato, produce più del consumo, disoccupa inguaribilmente, niente da temere, dialettica, superamento. Vale a dire? Così agendo la borghesia sviluppa in modi travolgenti gli strumenti di produzione al punto che gli strumenti di produzione (capitale morto, macchine) sostituiranno gli operai, a tale stadio di progresso la borghesia si paralizza da sé, per Marx, produce ma non occupa, sviluppa ancora e ancora tecnologia, quindi produce maggiormente e massimamente disoccupa, e ancora, e massimamente.

Marx è un omerico dialettico dello sviluppo tecnologico, a differenza di tutti i critici del capitalismo lo esalta perché ritiene che potenziando la tecnologia si distruggerà, non potendo sanare la contraddizione: se producendo sviluppo le tecnologie e sviluppando le tecnologie produco maggiormente però ho meno bisogno di lavoro umano sostituito dalle macchine come risolvere l’antitesi? Limitare il profitto, diminuire l’orario? Non è nella “mente” borghese! Allora? Paralisi del sistema. Ma con un prodigioso lascito: la borghesia ha progredito senza pari nello sviluppo della tecnica.

Ma è la sua rovina! Benissimo, sostiene Marx, qualcuno erediterà questo lascito tecnologico “umanizzandolo”. Incredibile, vorresti dire che qualche pensatore, poniamo Marx, ha ritenuto la tecnologia fondamento dell’umanesimo futuro? Solo gli ignorativi ne dubitano. Anzi, vi aggiungo Friedrich Nietzsche. Incredibile. Ma è così. Pensa entrambi ipotizzavano il Superuomo. Mi incuriosisci.

Certo. Dunque la smentita della crisi del ceto medio e della sottoproletarizazione del proletariato è stata momentanea? Fuggitiva! Ci aspetta un’avventura tra deserto, oceano, galassie e storia, l’uomo, che deve usare gli strumenti, ricordandosi perpetuamente che lo strumento è mezzo dell’uomo e che l’uomo non deve macchinizzarsi. Ma se tutti ritengono che ci macchinizzeremo, esiste un nucleo sociale capace di resistere alla laboratorializzazione dell’uomo e della natura? Non mi dirai il proletariato!