Lo smart working dimenticato

Quello dello smart working è un tema molto dibattuto in tutto il mondo. In America, i dipendenti della Apple hanno firmato una petizione contro il rientro in ufficio, dichiarando di sentirsi “più contenti e produttivi in smart working”. Pare che i papaveri della casa di Cupertino stiano valutando con particolare attenzione questa richiesta generalizzata, temendo una fuga di talenti alla quale non vorrebbe esporsi. La Apple sta attuando una delle politiche più stringenti sul rientro in ufficio rispetto ad Amazon, Microsoft o Google, che si sono mostrate più aperte al lavoro a distanza. A Meta, invece, Mark Zuckerberg ha lasciato liberi i suoi dipendenti di utilizzare lo smart working. Secondo quanto riporta l’Ansa, la linea della Silicon Valley è più morbida rispetto a quella di Wall Street, dove molti amministratori delegati richiedono da tempo la presenza fisica e dove la contrarietà dei dipendenti si scontra non solo con quella dei capi, ma anche con quella del sindaco di New York, Eric Adams, convinto sostenitore di una riapertura al 100 per cento a sostegno dell’economia in città. Finora, però, nella Grande Mela solo il 40 per cento degli uffici è occupato. In Germania, per far fronte alla crisi energetica il Governo di Olaf Scholz ha posto in essere una serie di misure tra cui spiccano, oltre agli stoccaggi da riempire al 95 per cento, anche il divieto di riscaldare le piscine nelle case private, la sospensione dei requisiti minimi di temperatura per gli appartamenti nei contratti di affitto e l’incoraggiamento a un utilizzo più ampio possibile dello smart working come arma per limitare lo spreco. In Olanda, una legge ha addirittura trasformato il lavoro da casa in un diritto legale, creando un precedente per gli altri Paesi dell’Ue.

E in Italia? Dal primo settembre inizierà la controriforma che ricaccerà lentamente in un cono d’ombra quanto conquistato fino a oggi sul tema del lavoro da remoto. A partire da tale data, infatti, i lavoratori potranno svolgere la prestazione lavorativa in smart working solo con la stipula di un accordo individuale, in forma scritta, con il datore di lavoro il quale, molto spesso, briga per concedere il minor numero possibile di giornate da remoto. La verità è una sola: in questo Paese l’unica vera riforma del lavoro è arrivata per via di una pandemia. Se fosse stato per la parte datoriale o per quella politica, noi saremmo ancora fermi alla carta copiativa. Mentre la gente, dopo un primo momento di tentennamento, ha accettato di buon grado di entrare nel nuovo mondo dell’occupazione, comprendendone i tanti aspetti positivi, i datori di lavoro e la parte politica hanno mostrato ostracismo verso il nuovo corso. Ciò, sicuramente, anche per compiacere tutto quel mondo del commercio e dell’artigianato che lo smart working non lo può fare e pensa di aver perso qualcosa perché, soprattutto intorno agli uffici, la vendita di caffè e tramezzini è calata. Certo, fermare uno strappo epocale verso la modernità per i caffè o i tramezzini è un po’ poco ma tant’è. Anche quelli sono voti.

Il motivo principale resta comunque un altro: la nostra classe dirigente è vecchia e tu a un dinosauro non puoi spiegare che il mondo è cambiato, che la sala riunioni è antiquariato e che quei “palazzi-piccionaia” zeppi di dipendenti in cattività sono anacronistici. E, se provi a spiegarglielo, la reazione è come quella di Renato Brunetta, che ha sprecato buona parte del suo tempo a ridurre da 1,8 milioni a 800mila il numero di dipendenti della Pubblica amministrazione che utilizzano il lavoro agile (fonte: Osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working). E infatti i risultati si sono notati subito, visto che le nuove leve rinunciano al posto sicuro offerto dai concorsi pubblici, non avendo alcuna intenzione di timbrare l’ottocentesco cartellino.

Ma a riportare indietro le lancette dell’orologio non è stato il solo Renato Brunetta con la sua proverbiale simpatia, empatia e lungimiranza politica. Quando si è trattato di porre in essere misure per contrastare il caro bollette, il dibattito pubblico si è concentrato sulla necessità di fare la didattica a distanza nelle scuole il sabato. Sì, avete capito bene: hanno pensato alla dad nelle scuole il sabato e a nessuno è venuto in mente di puntare sullo smart working come in Germania. Una roba da pazzi, che getta il dibattito pubblico nazionale nel ridicolo e che dovrebbe farci riflettere sullo spessore di chi lo anima. Che poi, emergenza energetica a parte, la politica blatera della famosa transizione ecologica e poi manda milioni di persone in giro per le metropoli a inquinare. Tutti parlano dei risparmi e nessuno dice – ad esempio – che nella Pubblica amministrazione chi lavora da remoto spesso non ha diritto al buono pasto, con un risparmio enorme per le casse dello Stato. Tutti blaterano delle famiglie, sperperando miliardi di euro in mille rivoli mentre non si accorgono che il miglior welfare è quello che le famiglie si possono fare da sole, evitando di dover correre inutilmente da una parte all’altra della città, con il solo scopo di accendere un pc e fare delle cose che potrebbero benissimo essere svolte da casa (e che qualcuno dovrebbe controllare che siano fatte).

Tutti parlano del Sud ma nessuno coglie la reale opportunità di ripopolare il desertificato Meridione attraverso il “south working”, ovvero la possibilità di portare (per chi volesse) il lavoro da remoto, ricongiungendo anziani soli e giovani che sono emigrati per motivi lavorativi (anche questo è welfare). Nossignore: in tempo di crisi non si pensa a spegnere gli uffici. In tempo di crisi si ipotizza il sabato in dad per i pochi studenti che, ancora, entrano in classe il penultimo giorno della settimana. Siamo alla follia, così com’è folle non aver sentito un leader politico, che sia uno, occuparsi di questo tema tanto caro a molti di quelli cui si chiede il voto.