Il gigante tricolore delle torri televisive

Ci sarà in Italia un polo delle torri per le trasmissioni radiotelevisive. Si tratta di una operazione industriale molto complessa in via di conclusione favorita dalla privatizzazione di Rai Way, decisa dal Governo Draghi in giugno, e che incorporerà il gruppo Ei Towers (60 per cento di azioni Mediaset e 40 per cento F2i). Per far nascere il colosso nazionale delle torri sono all’opera manager ed esperti delle banche Lazard, Credit Suisse, Intesa San Paolo, Mediobanca. La fusione dei due gruppi storici delle telecomunicazioni porterà a gestire una superstruttura il cui pacchetto sarà costituito dalle 2.300 torri broadcast distribuite in tutte le regioni italiane di Rai Way e da 2.300 pali e tralicci di Mediaset. Non potendo per legge – Rai e Mediaset – gestire in regime di monopolio infrastrutture e servizi di rete per broadcaster, la conduzione passerà al Fondo attualmente guidato dal manager Renato Ravanelli di cui sono azionisti banche, fondazioni, casse di previdenza e investitori stranieri.

Perché è ritenuta necessaria la fusione? Il problema sono i costi crescenti della manutenzione e la necessità di effettuare ingenti investimenti per far fronte alle sfide tecnologiche. Rai Way (presidente Maurizio Restrello, amministratore delegato Aldo Mancino) venne fondata nel 1999 con il compito di gestire e mantenere la rete di diffusione del segnale radiotelevisivo. La società, quotata presso la Borsa valori di Milano (69,5 per cento del capitale è detenuto dalla Rai, 30 per cento è flottante), è diventata operativa nel marzo del 2000 e ha completato nel 2012 la rete digitale terrestre.

Le torri sono state strutture fondamentali per lo sviluppo della rete di distribuzione del segnale. Nell’arco degli anni ha suscitato molti appetiti. Il primo assalto fu nel 2001 quando il presidente di viale Mazzini, Roberto Zaccaria, siglò un accordo di vendita agli americani di Crown Castle. La decisa reazione dell’allora ministro delle Comunicazioni Maurizio Gasparri e i pareri negativi dei sindacati dei dipendenti fecero fallire l’operazione. La seconda volta fu nel 2015, quando la concorrente Ei Tower del gruppo Mediaset lanciò un’Opa ostile di acquisto che però non raggiunse l’obiettivo, dal momento che per legge (decreto Renzi del 2014) il 51 per cento del capitale azionario doveva restare in mano della Rai. La terza volta è del 7 marzo 2022, quando il premier di Palazzo Chigi, Mario Draghi, ha firmato il decreto che consentiva alla Rai di andare sotto la quota del 51 per cento.

Da questa decisione è nata la possibilità della fusione tra i due gruppi, anche se Rai Way è in attivo ed Ei Tower in passivo. Il lavoro in corso è quello di far nascere il gigante tricolore delle torri televisive. La scelta del Governo Draghi è stata però criticata dai sindacati dei lavoratori, che con la Cgil la ritiene “sbagliata nel metodo e nel merito”. Il problema nasce anche dal mancato riassetto del sistema delle telecomunicazioni. Per il sindacato dei giornalisti si è trattato di un “modo per ripianare il buco di bilancio di viale Mazzini”. Le polemiche si sono concentrate sulle ragioni di una scelta che mette in mani private “un patrimonio pubblico di grande portata, senza dire qual è il progetto strategico per il sistema-Paese rispetto al tema delle torri di telecomunicazioni e trasmissioni”.

In autunno la svolta? Prima c’è il problema dell’impiego degli utili di circa 65,4 milioni di Rai Way che, secondo il ministro Giancarlo Giorgetti, non devono andare a coprire i buchi di bilancio ma la Rai li deve impegnare per migliorare la sua presenza nel digitale. Le spese poi saranno inserite nelle norme del prossimo contratto di servizio Stato-Rai, che avrà validità 2023-27.