Addio a Lascaraky, principe di cronaca

Restano i ricordi nella mitica sala stampa di San Vitale, dietro Via Nazionale a Roma, chiusa alcuni anni fa, frequentata da generazioni di cronisti romani. Nei tempi del giornalismo eroico la presenza dei giornalisti dall’intuito per la notizia oltre le “veline” e il “mattinale” della Questura era una garanzia: erano lontane anche le fake news. I telefoni erano ancora attaccati al muro e il contatto diretto con il funzionario di turno era essenziale per dettare al cronista in redazione i maggiori particolari possibili degli eventi da pubblicare. L’altro polo era quello in via in Selci dei Carabinieri. A San Vitale i tavoli a disposizione erano pochi: uno ciascuno per Ansa, Corriere della sera, Messaggero, Tempo. Per il giornale di Renato Angiolillo c’era lui e c’era anche quando direttore del giornale di Piazza Colonna divenne Gianni Letta: alto e grosso fin da giovane quando vi arrivò a 18 anni, subito dopo la ripresa dei giornali nel Dopoguerra.

Pochi giorni fa è scomparso a 96 anni il principe della cronaca Giorgio Lascaraky, al quale tutti si rivolgevano per la sua esperienza e perché faceva in modo che nessun collega rimasse “scoperto” sulla notizia, il famoso buco giornalistico. Certamente qualche dettaglio in più (la cosiddetta chicca) lo riservava per il suo quotidiano, ma andando avanti negli anni una telefonata di verifica a Giorgio rappresentava una garanzia di certezza e verità. Collaborò anche con la Rai, in particolare con la Testata per l’informazione regionale avendo un filo diretto di amicizia con un altro grande cronista romano, Felice Borsato, prima al Secolo d’Italia e poi al Giornale d’Italia). Per lunghi anni ha fatto coppia con un più giovane cronista del Corriere della sera Antonio Masia, brillante, ironico, maestro di “nera” anche lui, sempre al telefono in giacca e cravatta e la sigaretta accesa sul portacenere.

Parlavano, discutevano con il capo ufficio stampa Santoro, fornivano notizie fino a quando nel maggio del 2009 un infarto in casa non ha tradito il brillante cronista che aveva seguito le vicende degli omicidi di Via Poma e dell’Olgiata, la tragedia alla Sapienza della morte di Marta Russo, la stagione degli anni di piombo e le attività criminali della banda della Magliana. A Giorgio Lascaraky vengono attribuiti i meriti di aver fatto conoscere per primo non solo i fatti minuti del giorno ma l’esito delle grandi inchieste. Da lui, generazioni di giovani cronisti hanno imparato il mestiere e soprattutto la capacità di distinguere la bugia dalla verità, non soffermandosi a leggere solo quello che c’era scritto nella velina per la stampa. Oggi ci sono i comunicati o meglio le conferenze dei protagonisti.

Se le lodi delle immagini televisive della Renault 4 ritrovata in via Gaetani con il corpo di Aldo Moro vanno al giornalista dell’emittente privata Gbr Franco Alfano (passato poi in Rai) che si arrampicò con l’operatore sul terrazzo del palazzo di fronte grazie all’aiuto di un Tenente dei Carabinieri l’avviso dell’evento fu dato quella domenica mattina del 1978 da Giorgio Lascaraky, già in Questura e che mise in moto tutto il giornalismo romano e internazionale.

L’altro polo del giornalismo romano, prima dell’avvento della riforma tecnologica degli anni Ottanta, era la sala stampa di piazza San Silvestro nel palazzone Marignoli delle Poste italiane, dove c’erano le redazioni dei maggiori quotidiani italiani regionali dal Mattino al Roma, dal Giornale di Sicilia, da dove presero il volo professionale il direttore Arturo Diaconale e Guido Paglia al Gazzettino di Trieste, dove fece il praticantato Giancarlo Leone.