Presunzione d’innocenza, no al bavaglio di stampa

“Cortigiani vil razza dannata”, fa cantare Giuseppe Verdi a Rigoletto nella sua opera tratta dal dramma di Victor Hugo. I dannati del 2022 saranno i giornalisti dopo le nuove norme sulla presunzione d’innocenza. Le notizie sulle indagini (perquisizioni, arresti) potranno essere diffuse dalle Procure solo se ritenute di “rilevanza pubblica”. C’è di più. I rapporti con la stampa saranno tenuti soltanto dai Procuratori generali “con comunicati ufficiali o conferenze motivate”. Proibiti i contatti della polizia giudiziaria con i giornalisti. Regole restrittive che contrastano con il diritto ad informare da parte dei professionisti del mondo dell’informazione e con il diritto dei cittadini e quindi dell’opinione pubblica ad essere informati.

Le nuove norme risultano in contrasto non solo con l’articolo 27 della Costituzione ma anche con l’articolo 114 del Codice penale che recita: “È sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto”. L’entrata in vigore della legge sulla presunzione d’innocenza, sollecitata da una direttiva europea la cui mancata recezione avrebbe messo in pericolo per l’Italia la disponibilità dei fondi del Recovery Plan, avviene con il piede sbagliato. Nessuno contesta il garantismo ma le modalità e le ristrettezze dei rapporti tra Magistratura e giornalismo suscitano molte perplessità. Non sembra che il legislatore abbia ben presente il mondo della comunicazione e dell’informazione in una fase come l’attuale in cui le tecnologie sono sempre più avanzate e i sistemi digitali irrompono su tutte le sfere delle attività moderne. Il secondo dato riguarda la presenza di altri soggetti oltre ai Magistrati e ai giornalisti.

Non sono previste norme restrittive nei confronti degli avvocati che potranno riferire vari aspetti relativi ai loro assistiti. Senza il giornalismo d’inchiesta e di qualità molte vicende rimarrebbero chiuse nelle stanze giudiziarie, non sarebbe possibile avere la controprova delle versioni ufficiali. Non siamo certo al ritorno delle “veline” ma le proibizioni previste dalle nuove norme si avvicinano al bavaglio della stampa. In Italia, contrariamente a quanto avviene nei paesi anglosassoni, i quotidiani e i periodici stanno soffrendo una profonda crisi che l’omologazione dell’informazione peggiorerebbe. Già la concentrazione in pochi gruppi (Rcs, Gedi, Poligrafici, Cairo, Caltagirone) rende fragile il sistema dell’editoria italiana.

Non c’è assolutamente bisogno di mettere altri freni. Al primo impatto le nuove norme hanno incontrato più pareri negativi che positivi. Il presidente dell’Associazione Magistrati si è dichiarato scettico, osservando che “si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la stampa dei Procuratori della Repubblica che potranno servirsi solo di comunicati ufficiali e di conferenze stampa solo nei casi di particolare rilevanza pubblica”. Il problema è che tutto quello che avviene in Italia e nel mondo ha una rilevanza che interessa il pubblico, il quale acquista quotidiani, settimanali e periodici proprio per essere informato anche su questioni delicate e sconosciute.

È stato poi osservato dal mondo dei cronisti giudiziari che le lentezze della giustizia potrebbero impedire qualsiasi sollecita pubblicazione di fatti anche clamorosi. Da un recente rapporto dell’Eurispes su 13mila procedimenti di 32 tribunali emerge che la durata media per i rinvii delle udienze è salita a 154 giorni davanti al giudice monocratico e a 129 davanti a quello collegiale. Solo un quinto dei processi arriva a sentenza.