Spionaggio: intervista a Vittorfranco Pisano

Il Nodo di Gordio ha intervistato il professor Vittorfranco Pisano, profondo conoscitore del mondo dell’intelligence e coautore con il professor Renato Caputo del volume appena pubblicato I come intelligence, di commentare il recentissimo fatto di spionaggio che ha visto coinvolto il Capitano di Fregata Walter Biot colto sul fatto dal Reparto operativo speciale (Ros) dell’Arma mentre consegnava documenti “classificati”, anche della Nato, a un ufficiale russo.

Professor Pisano, quale è il suo parere sul recente episodio di spionaggio che ha visto coinvolto un ufficiale della Marina militare italiana?

L’arresto dell’Ufficiale della Marina militare italiana è stato il momento culminante di un’operazione anti-spionaggio condotta dall’Agenzia informazioni sicurezza interna, con il supporto dello Stato maggiore della Difesa e del Reparto operativo speciale dell’Arma. I due militari russi coinvolti nella vicenda (Alexey Nemudrov e Dimitri Ostroukhov), in quanto in servizio presso l’Ambasciata della Federazione Russa a Roma, sono stati immediatamente espulsi godendo di credenziali diplomatiche, mentre il Capitano di Fregata, Walter Biot, è stato tratto in arresto. In ragione dell’esperienza maturata nel corso degli anni, ritengo risulti prematuro formulare una valutazione su quanto accaduto, data la presumibile incompletezza dei dati di pubblico dominio. Tuttavia, il fatto deve indurci a formulare alcune osservazioni in un contesto tecnicamente e storicamente più vasto. Lo spionaggio, sia esso di natura politica, militare o economica, non è altro che una forma di raccolta clandestina d’informazioni da parte di uno Stato (o, con frequenza, anche da parte di un’entità non statale) per propri fini.

Lei ritiene che i ruoli e le responsabilità dei protagonisti di questa vicenda siano gli stessi?

Nello svolgere questo tipo di raccolta informativa il funzionario statale, civile o militare, addetto all’intelligence, ossia organicamente inquadrato in un servizio di informazioni e sicurezza — servizio spesso colloquialmente ma imprecisamente denominato segreto — svolge una significativa componente delle sue mansioni ai danni degli interessi vitali o generali di uno Stato avversario o meno. Infatti, è stata attribuita all’ex segretario di Stato statunitense Henry Kissinger la battuta che “possono esistere Stati amici, ma non servizi d’intelligence amici”. Ne è esempio calzante il caso del funzionario della Central intelligence agency statunitense, Aldrich Ames, assoldato prima dall’Unione Sovietica in epoca di Guerra Fredda e poi dalla Federazione Russa in epoca post-Guerra Fredda. Ovviamente, pur in violazione della prassi internazionale che criminalizza e punisce lo spionaggio, va nettamente e rigorosamente distinta la figura dell’agente statale, il quale svolge attività spionistiche in conformità con i compiti assegnati al suo servizio di appartenenza, dalla figura del reclutato cittadino del Paese in cui o ai danni del quale si svolge l’azione spionistica. Il primo, nel rischiare l’arresto, o quantomeno l’espulsione se munito di credenziali diplomatiche, opera nell’interesse del suo Paese. Il secondo, motivato da lucro, ideologia o quant’altro tradisce il proprio Paese. Questo comportamento è particolarmente grave quando si tratta di un funzionario dello Stato al quale è accordata fiducia a seguito di un giuramento di fedeltà e debitamente informato delle sue responsabilità.

Avrà letto che una delle giustificazioni addotte è stata la scarsa rilevanza dei documenti che sarebbero stati oggetto dell’atto di spionaggio. Cosa ne pensa?

Ritengo sia pretestuoso ed ignobile voler attenuare la responsabilità di chi abbia messo in atto una condotta così grave asserendo che il comportamento delittuoso riguardava esclusivamente informazioni che, ancorché soggette a classifica di segretezza, risultavano di scarsa rilevanza e che, pertanto, la loro divulgazione non avrebbe potuto recare danno allo Stato (o all’Alleanza) a cui sono state clandestinamente sottratte. Non è mai di competenza di chi abbia accesso, in ragione delle proprie mansioni, ad informazioni classificate stabilire se la classifica di segretezza attribuita dall’Autorità preposta — ossia dall’originatore — corrisponda o meno alla rilevanza dei documenti gestiti. A prescindere da eventuali ulteriori dettagli non ancora di pubblico dominio, la gravità di questo caso non deve essere in alcun modo sottovalutata. Si creerebbe un dannosissimo precedente.

Può accadere che un militare o funzionario dello Stato possa essere avvicinato da elementi dell’intelligence di potenze straniere. Cosa è opportuno che facciano in questo caso?

Il comportamento dovuto nei casi di contatto con agenti di potenze straniere al di fuori dei compiti d’ufficio, è quello di riportare l’evento o approccio al controspionaggio. Ciò permette di adottare misure difensive ed eventualmente di penetrare, o ingannare, il servizio avversario.

(*) Tratto da Il Nodo di Gordio