Le sfide future per la giustizia

Tra i vari punti all’ordine del giorno del nuovo Governo c’è quello della riforma della giustizia. Una riforma prima di tutto del processo civile che possa tra le altre cose garantire un funzionamento più efficace dei tribunali.

Proprio di questo si è parlato venerdì scorso in occasione della presentazione on-line del libro Le sfide future per la giustizia: la giustizia come azienda?, a cura di Federico Brunetti, Alberto Rizzo e Mauro Tescaro (Aracne, 2020). All’incontro, organizzato dall’Ibl, hanno partecipato Carlo Cottarelli (direttore Osservatorio sui conti pubblici italiani - Università Cattolica), Alessandro De Nicola (presidente Adam Smith Society), Federico Brunetti (professore ordinario di Economia e gestione delle imprese, Università di Verona), Alberto Rizzo (presidente Tribunale di Vicenza) e Luciana Razete (presidente sezione civile Tribunale di Palermo). Ha introdotto e coordinato l’incontro Serena Sileoni (vicedirettore generale Istituto Bruno Leoni).

Per Cottarelli la questione giustizia è di enorme importanza per la società e l’economia. La lentezza della giustizia, in tutti i suoi comparti, è uno dei principali freni agli investimenti. Si parla molto spesso della giustizia civile in questo senso, ma non è solo da tale ambito che l’attività economica è messa a rischio. L’Italia è sopra la media per la durata dei processi: ha fatto dei progressi, ma non è abbastanza e le differenze con gli altri Paesi restano ampie.

Come ha messo in evidenza De Nicola, se pensiamo alla giustizia, la velocità non è certo una variabile trascurabile. E’ anzi fondamentale. Inoltre è molto importante ragionare sul ruolo della Cassazione, che suo malgrado è riconosciuta come collo di bottiglia del sistema. Anche la grande quantità di richieste di archiviazione, molto spesso avanzate dai PM stessi, ha implicazioni sul funzionamento della giustizia.

Tra i curatori del volume, Brunetti ha riconosciuto che i vocaboli del management, accostati alla giustizia, confondono spesso le acque e danno l’impressione che esista una bacchetta magica per risolvere i problemi. La digitalizzazione è certo un’occasione, così come introdurre concetti di service management.

Per Rizzo, l’approccio manageriale impone di affrontare la questione dalle cause per poi elaborare una strategia di interventi. In primis, il più rilevante è il “fattore tempo”. In questi anni ci sono stati tanti interventi, sia in merito al processo civile che a quello penale, che però hanno avuto un’incidenza minima. I problemi non sono affatto stati risolti e non si tratta nemmeno di mancanza di risorse, ma del modo in cui vengono fatti gli investimenti.

Infine, Razete ha parlato delle specificità territoriali dei vari tribunali. Ad esempio, il tribunale di Palermo deve fronteggiare la pressione del fenomeno migratorio, mentre invece, alla luce del debole tessuto imprenditoriale isolano, pochi sono i contenziosi - se raffrontati con quelli dei tribunali del nord - di questa natura. Ma di qualsiasi tipo sia la “pressione” sui tribunali, la durata dei processi è il grande male di questo Paese, scoraggiando gli investitori e mettendo a rischio la pace sociale.