Giustizia negata: la necessità di mettere mano a una riforma

Quante lacrime dovranno ancora versare quei poveri padri e madri, figli, mariti e mogli, che ieri hanno ricevuto l’ennesima amara sberla dai giudici, della corte di Cassazione di Roma, del processo per la strage di Viareggio? A Viareggio, il 29 giugno 2009, 32 persone innocenti hanno perso la vita, a causa di quel maledetto treno, carico di gas, che è esploso, portandole via con sé, in una enorme fiammata. La maggior parte subito, altri dopo enormi sofferenze, per le ustioni riportate.

Undici anni sono davvero tanti per un processo, che non è un giallo da risolvere, qui si sa perfettamente chi sono i responsabili e come sono avvenuti i fatti. Eppure, la giustizia non riesce a fare il suo corso, come ci si aspetterebbe, e così non fa pagare il conto a chi ha avuto delle responsabilità, si parla addirittura di prescrizione di reato, per alcuni degli imputati. Sarà che ci siamo abituati, ai processi infiniti e che se vi è una strage difficilmente trovano anche un colpevole o i colpevoli. La sequela delle stragi è lunga in Italia, a partire da quella della Banca nazionale dell’agricoltura a Milano, per passare alla strage di Bologna, ed all’aereo Itavia, venuto giù senza sapere chi sono i colpevoli. In questo modo la giustizia, con tempi infiniti e non risolutiva, invece di essere considerata una stortura, una anomalia, è considerata la normalità di tutti i giorni, qualcosa che non stupisce.

A questo gravissimo stato di cose occorre aggiungere la gestione ordinaria della criminalità, quella che si legge sui giornali. Nella maggior parte dei casi, i delinquenti vengono arrestati, per poi essere liberati da una magistratura che sembra abbia più a cuore le ragioni del criminale. Così, il giorno dopo la liberazione gli stessi delinquenti vengono ripescati in nuova flagranza di reato, che se va bene è un furto, ma se va male è un omicidio. Quanti casi, infatti, contiamo di femminicidi in cui i magistrati hanno lasciato liberi le bestie omicide, permettendogli di compiere il loro tremendo atto di violenza. Da tutto questo ricaviamo che l’Italia ha un enorme problema, che non può più essere procrastinato, che è la riforma della Giustizia. Occorre metterla tra le priorità del prossimo Governo, visto che l’attuale, con il ministro Alfonso Bonafede, ha superato ogni limite del lecito, a partire dalle sue scarcerazioni facili, dalla gestione del caos Csm (Consiglio superiore della magistratura) e via di seguito.

Occorre ricordare che la riforma è importante anche perché, come il caso Palamara ha ben dimostrato, esiste una parte consistente della magistratura che è influenzata da poteri forti politici o economici, che ne inibiscono quello che dovrebbe essere il suo status fondamentale: l’imparzialità. Occorre che tra i poteri dello Stato democratico ci sia il rispetto di un’effettiva separazione, come insegna Montesquieu, altrimenti la magistratura si dimostra una ottima arma per bloccare l'azione dell’esecutivo, quando questo è rappresentato dall’avversario politico.

Ogni anno il costo dell’apparato giudiziario è di circa 8 miliardi di euro, pari all’1,3 per cento della spesa pubblica, ma a fronte di questa spesa vi è una gestione che non riesce a produrre una reale giustizia, cosa che crea un profondo senso di sfiducia tra i cittadini. L’esempio eclatante viene proprio dal processo della strage di Viareggio, ma questo non è che la punta dell’iceberg di questa situazione di malessere. Non lesiniamo soldi per la Giustizia, investiamo in risorse umane ed in strumentazione adeguata, al fine di renderla efficiente ed efficace. Investiamo in strutture di detenzione moderne ed in programmi di rieducazione, ma non lasciamo che chi delinque si trovi libero prima del tempo necessario a risarcire le vittime e la società. Sicuramente vanno anche riviste le leggi a riguardo del processo penale e civile – e i relativi codici penale e civile – per adeguarsi all'evoluzione della società ed all’esigenza di accelerare i tempi dei processi. Il personale che amministra la giustizia, visto l’importante ruolo sociale, deve essere monitorato nel suo operato e sanzionato ove esso non compia il suo dovere.

Ma soprattutto occorre ristabilire un principio fondamentale alla base dello stato di diritto: “Il delitto non deve pagare”. Occorre far pagare un caro prezzo a chi delinque, proporzionale alla gravità del reato ed alla personalità del criminale, solo in questo modo sarà facile far crescere l’onestà nei cittadini. La pena, infatti, ha un duplice scopo: rieducare chi ha sbagliato ed essere di monito per tutti gli altri cittadini. Solo così, migliorando l’azione processuale da una parte e dall'altra rendendo più oneroso il crimine, la società civile ritroverà la fiducia nell’importante istituto statale della Giustizia.