“Massomafia” e peperoncino

La Calabria non è solo terra di mare, di monti, di sole, di folclore e di tradizioni secolari, meta ambita di vacanzieri e turisti, da un po’ di tempo è sempre di più la regione di maxi-inchieste, di processi mediatici, di infiltrazioni malavitose.  Negare la presenza in questa meravigliosa regione della ’ndrangheta sarebbe impossibile, ma è altrettanto una bestemmia criminalizzare un popolo che lavora, soffre, produce e spesso deve fare i conti con uno stato predatorio, presente solo per esigere le tasse. Sull’onda della pandemia da Covid-19, la cui drammaticità è stata esaltata dalle molteplici difficoltà del sistema sanitario nazionale, dovuto ai molti governi che si sono succeduti per anni, la gogna mediatica a cui è stata sottoposta l’ultima propaggine occidentale dello stivale è venuta riproposta con rinnovato vigore.  Glissiamo sul balletto comico e drammatico delle nomine dei commissari straordinari alla Sanità, evitiamo di ritornare su come, a livello nazionale è stato gestito lo stato emergenziale, con le pittoresche trovate sui banchi a rotelle e i monopattini, e andiamo al punto. I media sia locali che nazionali hanno spesso trattato alcuni aspetti del degrado della vita pubblica calabrese, tirando sovente in ballo la libera muratoria.

Già, la massoneria. Da anni aleggia il teorema che i numerosi e irrisolti mali della Penisola vadano imputati a questa “setta”, pervasiva e corrompente, che nel Sud sarebbe sempre pronta a unirsi in un “malvagio coito” con la malavita organizzata, tanto da essere stato coniato un nuovo termine: “massomafia”. Questo neologismo, dal notevole impatto psicologico, viene usato per descrivere, ogni situazione oscura; poco importa se si tratti di contesti ancora tutti da chiarire, ove, forse, gli attori principali siano legati più che altro da interessi personali o se si tratti di lobby malsane locali che niente c’entrano con la libera muratoria. La massoneria ormai è diventata un utile capro espiatorio, buono a coprire incapacità e corruzione, che ormai sembrano essere divenute le noti dominanti della “Ouverture Italia”.

In virtù di questo teorema si “sbattono”, senza filtri, ma col beneficio del dubbio, nomi e cognomi in prima pagina, ungendoli di “massomafia”. Pare che i nuovi inquisitori dell’informazione siano emuli del legato pontificio Arnaud Amaury che, dopo la presa di Béziers, nel 1208 durante la crociata contro gli Albigesi, non potendo individuare gli eretici, avrebbe ordinato ai crociati: “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi”. Anche in questo caso si fa di ogni erba un fascio, nella convinzione che il tempo renderà giustizia agli innocenti. Ma non è così. L’essere crocifisso sulla stampa o sul web, anche se si è estranei a fatti e circostanze, comporta un marchio indelebile, frutto di un effetto Otello, di quel “fenomeno delle manipolazioni delle credenze attraverso copione” caro a Massimo Piattelli Palmarini. Così la Calabria nell’immaginario collettivo rimane la terra del peperoncino, della ’ndrangheta e della massomafia e non una regione bellissima, oppressa e dimenticata, i cui figli sono costretti ad andarsene per trovare lavoro e pane in terre lontane e la libera muratoria, il capro espiatorio di una politica inesperta, di una corruzione diffusa e di uno stato capace di occuparsi di tutto fuorché del popolo, che un tempo era chiamato sovrano.