Drive-in, chi non lo ha visto si è perso qualcosa

Come tutti gli italiani attenti e ligi al proprio dovere, ero intenta e persa a guardare ed ascoltare l’elegante avvocato, stavolta non trincerato dietro una scrivania, ma sceso nella piazza antistante il palazzo governativo per comunicare al “suo” popolo, la sua verità su ciò che sa da fare e ciò che non sa da fare. Le parole erano cadenzate, quasi a volere scolpire il tutto nelle tavole della legge trasformate per l’occasione nel ventottesimo Dpcm.

Bei tempi l’estate del 2019 quando del virus Sars-Cov-2 neanche si ipotizzava l’esistenza e l’avvocato del popolo si lasciava andare, ma il vizio ancora non l’ha abbandonato, ad un linguaggio aulico e forbito usando termini epici come “logomachia”, che appartengono appunto al linguaggio quotidiano anche di chi espone la merce sulle bancarelle del mercato di Campo de’ Fiori a Roma.

Rapida digitazione su Wikipedia ed ecco apparire “Drive In”. È stato un programma televisivo italiano di genere commedia ideato e scritto da Antonio Ricci, trasmesso con cadenza settimanale in prima serata, dal 1983 al 1988 su Italia 1. Riscosse un grande successo, entrando nel costume nazionale del tempo, contribuendo a portare alla ribalta numerosi personaggi dello spettacolo italiano e divenendo uno dei programmi-simbolo della televisione italiana degli anni Ottanta. Protagonisti Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo, lanciò comici come Massimo Boldi, Enzo Braschi, Francesco Salvi, Zuzzurro e Gaspare, Enrico Beruschi. Nel cast anche le bombastiche e assai avvenenti Tinì Cansino, Carmen Russo, Lory Del Santo e a rivedere le immagini di allora si capisce perché era diventato il programma preferito di adolescenti, giovanotti e compassati signori.

È stato un flash, trash. Troppo grossa la discrepanza tra la trasmissione televisiva e questo periodo storico caratterizzato da mascherine, tamponi, lockdown e app Immuni che non ci rende immuni ma solo più tracciati e controllati, test antigenici, test molecolari e test di esperti comunicatori dell’infezione Covid-19, che in televisione e sui giornali sono ormai sono molto più diffusi del virus, ma nessuno di noi nutre la speranza che un vaccino possa essere scoperto per rimandarli alla loro quotidianità non mediatica.

Drive-in dunque, come percorso specifico di accesso del paziente per l’esecuzione dei tamponi. Tanto per capirci intendiamo le estenuanti file di svariate ore di automobilisti che si sottopongono alla attività di screening. Non tutto funziona a meraviglia, il traffico spesso congestiona le zone e l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha promesso di raddoppiarli per “aumentare il denominatore e ridurre i tempi di attesa”.

E mentre il segretario del sindacato dei Medici di famiglia chiede alla Regione Lazio di aprire alla possibilità che i medici di medicina generale possano fare nei  propri ambulatori i test rapidi e i sierologici, proprio per decongestionare i drive-in, non mancano altri sindacati che contestano questa proposta e la possibile scelta assessorile che andrebbe a disconoscere la competenza dei medici o biologi specialisti in Patologia clinica “distogliendoli peraltro dai loro compiti istituzionali a danno dei pazienti assistiti”.

In tutto questo bailamme, tanto per usare un lessico “pochette style”, al cittadino annichilito non resta che sperare nello stellone fortunato dell’Italia, quello accomunato ad Arrigo Sacchi, indimenticato allenatore di calcio, con un termine più schietto immortalato anche nel titolo del libro di Gene Gnocchi, che però al Drive In non c’è mai stato.

@vanessaseffer