È giusto dire – come sostiene spesso anche Vittorio Sgarbi, non soltanto nelle aule parlamentari dove l’argomento parrebbe essere molto sentito – che la parola “culo” non sia una parola oscena. Dunque una parolaccia, in quanto compare in versi di Dante “Ed elli avea del cul fatto trombetta” rivolta al tutto sommato simpatico demonio di nome Barbariccia (Divina Commedia, Inferno, Canto XXI, verso 139), ma la ritroviamo in innumerevoli altri autori sia classici come in Catullo, sia moderni come François Rabelais o Pietro Aretino, in prose di Giacomo Lepardi, nei sonetti di Gioacchino Belli o nei versi di Arthur Rimbaud, sia infine nei testi di contemporanei come Georges Bataille. Il culo del resto lo hanno tutti, fisiologicamente parlando beninteso, poi tutto spesso dipende dal verbo che lo accompagna nella frase, ed ecco che allora se unito a un verbo indicante appunto un moto e una direzione, una locuzione come “andare a fare in culo” assume un ben diverso significato che sfocia nell’ingiuria, anche se più sovente potrebbe essere soltanto un consiglio.

Il “vaffanculo”, ormai sin dai tempi dell’omonima canzoni di Marco Masini, è stato ampliamente sdoganato da quella incongrua tribù di politici metropolitani al seguito di Beppe Grillo che vorrebbe attribuirsene il copyright ma non può, in quanto tale esortazione triviale è ben più antica di lui e del suo movimento. Ma è forse soprattutto nell’arte pittorica e nella scultura che il culo raggiunge i suoi vertici più incliti, a cominciare dalla Venere Callipigia, attraverso tutti gli affreschi pompeiani, per ritrovarlo persino in molte miniature medievali e addirittura nelle cattedrali gotiche. Il culo domina sovrano l’arte del Rinascimento, ed è forse il suo momento di maggior splendore, ma non gli sono poi troppo da meno il Baroccol’Ottocento. Il secolo scorso vede affermarsi il deretano, soprattutto quello muliebre, più nel campo dell’immaginario fotografico forse che in quello della pittura, ma soprattutto nel cinema e non solo in quello erotico che avrà nel nostrano Tinto Brass il suo più prestigioso alfiere. E oggi? In questa assolata estate sulla quale incombe il fantasmatico spettro di un virus artatamente creato, a riscaldare ulteriormente gli animi, sorge la sfida lanciata pochi giorni fa attraverso i social della Curator Battle, voluta nel post quarantena, dai curatori dei più prestigiosi e importanti musei internazionali, e che ha come tema l’individuazione del più bel fondoschiena creato dall’uomo in secoli di espressioni artistiche.

Con l’hashtag #BestMuseumBum si è così dichiarata questa guerra “a posteriori” su un argomento che affascina tutti, uomini e donne – essendo queste le prime ad apprezzare sodi glutei maschili almeno quanto gli uomini lo fanno con le natiche femminili. Il resto non ci interessa, non volendo essere accusati di omofobia lasciamo che ognuno si regoli come meglio crede – sin dalle più remote età omeriche. Insomma, come si può ben vedere, quel complesso di muscoli, pelle e adipe tipico della specie umana, ha una propria dignità ben maggiore di quella contenuta in un volgare insulto, perché porta con sé, onusto, secoli anzi millenni di Storia, d’arte e di bellezza sulle sue rotondità, a volte accoglienti altre ridicole, ma pur sempre immortali. Un modo come un altro, questo, per mandare bellamente “affanculo” anche il Coronavirus ed i suoi manipolatori. Tutti, insieme, appassionatamente.