La tutela della salute di chi lavora nei pubblici uffici è un dovere sacrosanto. Questo concetto i capi degli uffici giudiziari italiani lo hanno ben chiaro, per cui hanno sbarrato l’accesso a tutti.

Ma, almeno in apparenza, non si può negare indefinitamente il diritto alla giustizia ai cittadini, anche se ciò significa dover tollerare quella sciagura costituita dagli avvocati che li rappresentano.

Ecco che, dunque, una brillantissima task force della nostra Suprema Corte partorisce l’idea di affidare la gestione degli appuntamenti ad una app che accomuna la Corte di Cassazione ad un negozio di scarpe, a McDonald’s, alla Pucceria non so che, e via dicendo. Primo colpo alla dignità della funzione giudiziaria (o a quello che ne rimane).

Entrando nell’app, si viene avvisati che il massimo numero di appuntamenti è 3, visto mai che un avvocato lavori troppo. Secondo colpo alla povera dignità di cui sopra.

Ma almeno, uno pensa, sarà possibile fissarlo in tempi brevi, rispettando le scadenze. Pia illusione: non c’è un posto libero, per il deposito ricorsi, per tutto il 2020, il 2021 e... poi mi sono fermato. La dignità, meschinella, agonizza in terra.

Allora vado, dico, e trovo un posto di blocco che neanche a Falluja, la solita vecchia lista di attesa sul foglietto affidato al volenteroso di turno, orario 13/14 solo per gli atti in scadenza, e cerberuti agenti della polizia penitenziaria (è un messaggio subliminale?) che forniscono informazioni riottose. La meschinella è morta stecchita dopo atroci sofferenze.

Complimenti vivissimi a chi amministra la nostra giustizia in questa barbara maniera. E complimenti anche alla pazienza degli avvocati, dietro ai quali – noi lo ricordiamo sempre, altri non so – ci sono persone e imprese che cercano tutela.

(*) In foto l’avvocato Renato Siniscalchi