Stati di crisi dei quotidiani

È suonata per i giornali la campana dell’ultimo giro. I prossimi dodici mesi saranno fondamentali per la rinascita del massimo strumento di libertà, democrazia e pluralismo: l’informazione.

Non rinnovare in profondità il settore dei quotidiani e dei periodici, delle radio e delle televisioni potrebbe comportare la decadenza dell’intera società.

L’allarme sono gli stati di crisi di quasi tutti i gruppi editoriali, il profondo rosso di bilancio dell’Istituto di previdenza, le sanzioni salate che sostituirebbero il carcere dei giornalisti condannati per diffamazione, il mancato rinnovo del contratto di lavoro ancorato a vecchie formule superate dall’introduzione del digitale e dal lavoro a distanza (smart working), come si è visto in queste settimane di pandemia da coronavirus che ha comportato anche il crollo della raccolta pubblicitaria.

È una visione pessimistica? Sicuramente la realtà è molto cruda. Nei giornali diminuiscono i professionisti a causa dei massicci prepensionamenti e alla scarsità delle assunzioni; gli editori sono alla ricerca di “comunicatori dell’informazione” da inserire nelle redazioni al posto di professionisti e pubblicisti ex articolo 36.

La legge sull’Ordine è del 1963 quando ancora non esisteva l’Unione europea e la Corte di Giustizia. La legge base dell’editoria (firmata dal presidente Sandro Pertini) è del 1981. La riforma del settore radiotelevisivo firmata da Maurizio Gasparri (legge 112) è del 2004 e continua a suscitare polemiche sull’assetto definitivo da dare al sistema radiotelevisivo italiano e dalla Rai. Innovava la precedente Legge Mammì del 1990. Alla base del sistema delle comunicazioni c’è la necessità di garantire il pluralismo. Va ricordato che si andava ad accorpare televisione, radio, stampa, editoria, Internet, cinema, pubblicità all’interno di uno stesso sistema in riferimento al quale nessun soggetto poteva conseguire ricavi superiori al 20 per cento del totale del sistema.

L’ultima operazione della fusione in Gedi di Stampa, Secolo XIX, Repubblica, Espresso, 13 quotidiani locali, Radio Capital nelle mani di John Elkann, nipote dell’avvocato Gianni Agnelli, rientra in questo perimetro?

Sui vari tavoli istituzionali c’è una grande mole di lavoro da fare a partire dalla soluzione che il Parlamento deve dare alla questione del carcere entro il giugno del 2021 come fissato dalla Corte costituzionale al progetto di salvare l’Inpgi dal baratro economico entro il 31 dicembre, altrimenti scatterebbe la gestione commissariale.

C’è la consapevolezza della gravità della situazione? Non ci sembra che in giro ci sia l’orientamento ad affrontare alla radice il problema della crisi del mondo editoriale.

Nel riprendere le toccanti parole del Presidente Sergio Mattarella sull’assassinio del giornalista Walter Tobagi il direttore Arturo Diaconale evidenziava che quelle parole “sembrano alimentare la convinzione che il “caso Tobagi” rappresenti un’occasione di verità non colta dalla cultura e dalla politica del Paese non solo per capire il terrorismo degli anni di piombo ma anche il terrorismo ideologico dei cattivi maestri”.

Oggi assistiamo ad un disastro senza uguali. Stati di crisi al Corriere della Sera, a Il Sole 24 ore, Il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino, Il Corriere Adriatico, La Gazzetta del Mezzogiorno, Agenzia Ansa, Corriere dello Sport, La Stampa, la Repubblica, Il Giorno.

Prepensionamenti, giornate di cassa integrazione, tagli ai compensi dei collaboratori, riduzione della foliazione, azzerati straordinari e lavori festivi.