Il “castello di sabbia Fenice”

Il Modello Fenice, lo slogan più importante che è servito per esaltare una tipologia di produzione incentrata sulla capacità di coprire con gli incassi una cospicua spesa per allestimenti e concerti, producendo pluriennali pareggi di bilancio, sta evidenziando tutta la sua forza effimera.

In questa emergenza epidemiologica, ancora tutta da verificare e comprendere, abbiamo assistito - con una esclusività tutta veneziana - ad uno spettacolo fuori programma, che trova il suo ultimo epilogo con la lettera ai dipendenti del 23 u.s.

Dal 1 fino al 23 marzo, si sono alternate tutta una serie di comunicazioni aziendali unilaterali, 6 in totale, che hanno evidenziato lo stato confusionale nel quale si è incanalata questa direzione.

Dopo i primi due innocui comunicati, del 1 e 4 marzo, si giungeva in data 8 marzo a confermare la sospensione di tutti gli spettacoli e la collocazione in ferie di tutto il personale per una settimana. Cinque giorni dopo il quarto comunicato, dove si esponevano ai dipendenti le determinazioni aziendali, ovvero il ricorso alla cassa integrazione per 2 settimane, in previsione di una riapertura a partire dal giorno 4 aprile. Senza tralasciare alcun canale mediatico, il Sovrintendente, il giorno 16 marzo, rilasciava un’intervista ad un quotidiano locale dove, nel descrivere i prossimi appuntamenti musicali del teatro veneziano a partire dal 10 aprile, esaltava ancora il “Modello Fenice” ed il pareggio di bilancio, ricordandosi solo di accennare l’avvio della cassa integrazione, ma dimenticandosi di spendere una solo parola di dispiacere per le difficoltà economiche davanti alle quali si sarebbero improvvisamente trovati tutti i suoi dipendenti e le loro famiglie.

Il 18 marzo, il penultimo comunicato. Il formale avvio individuale della Cassa integrazione, nella parte comune concludeva paragonando la situazione attuale alla Seconda guerra mondiale.

Nel breve volgere di 48 ore si è assistito, con stupefacente rapidità, prima ad un’intervista pervasa di un positivismo anacronistico, infine ad una dichiarazione di catastrofismo puro.

Dalla “Casa editrice La Fenice”, il 23 marzo veniva pubblicato il sesto e (per ora) ultimo comunicato. Il Sovrintendente, come può rivolgersi un padre ai suoi figli, descrive in preambolo di volersi impegnare a curare la salute e la conservazione del posto di lavoro, ma non tarda ad arrivare il suo primo vero capolavoro dialettico, troppo facile attendere il 3 aprile e tenere a stipendio pieno i propri dipendenti, meglio non farsi trovare impreparati e collocarli da subito in Cassa integrazione.

Un preambolo che prosegue con un rovesciamento totale del “Modello Fenice” che ne esce distrutto in quanto passibile di declassamenti e riduzioni di organico diventando paradossalmente penalizzante rispetto ad altri teatri, come Bologna o Trieste, dove i mancati incassi potranno pesare cinque volte meno che a Venezia, mentre gli sponsor potrebbero fuggire. Il tutto condito da valutazioni politiche conclusive non richieste e totalmente estranee al contesto.

In tutta questa sovraesposizione comunicativa, non compare un solo comunicato che si limiti ad essere un “banale” Ordine di Servizio, come quello emanato dal Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Firenze, oppure quello del Teatro Regio di Torino, che chiude con una richiesta di incontro inviata alle organizzazioni sindacali. Teatri che non hanno mai potuto reclamizzare alcun “modello”, come Firenze, Napoli, Genova o Palermo rinviano qualsiasi decisione, relativamente all’avvio della Cassa integrazione, a futuri incontri con le parti sociali, garantendo di fatto la piena retribuzione.

A Venezia non esiste il minimo accenno a futuri incontri, tanto meno a decisioni prese sulla base di un confronto con le organizzazioni dei lavoratori, il Sovrintendente, con l’intera direzione, cavalca ogni ruolo possibile. Un solo attore sulla scena, la Direzione quella stessa che costruisce e distrugge, da una lettera all’altra il “Modello Fenice”, un modello costruito sulla sabbia, che spedisce tutti in Cassa integrazione rischiando anche di sfaldarsi, definitivamente, sulle spalle dei lavoratori e delle loro famiglie.

(*) Segreteria Nazionale Libersind Confsal