Ticket sanitari: l’ora dei giusti

Chi ancora crede davvero che destra e sinistra siano concetti politici superati, dovrebbe riflettere sulle parole di Roberto Speranza, attuale ministro della Salute, in merito ai nuovi ticket che verranno praticati negli ospedali. Per giustificare l’aumento del ticket per le persone con reddito elevato e l’abbassamento per quelle con reddito basso, Speranza non ha trovato di meglio che enunciare un principio non certo originale: “È giusto che chi ha di più paghi di più e chi ha di meno paghi di meno”.

Nulla da obiettare, perché si tratta di un principio ragionevole e fondato. Peccato si dimentichi che “chi ha di più” già “paga di più” attraverso le imposte dirette e che queste dovrebbero servire allo Stato per erogare vari servizi – fra i quali l’assistenza sanitaria – ai cittadini. Dunque non si vede perché, per l’assistenza sanitaria, vi siano cittadini che debbano pagare una tassa che si aggiunge alle imposte già pagate. O, meglio, si vede benissimo: basta essere di sinistra e, di fronte ai vari deficit dello Stato, si ricorre alla non certo geniale strategia della tassazione aggiuntiva. Questa sarebbe forse ragionevole se il regime fiscale fosse “piatto”, ma non in un regime di fiscalità proporzionale, come il nostro.

Ad ogni modo è il ricorso all’aggettivo “giusto” che irrita maggiormente. Se lo Stato ha accumulato deficit a non finire, sanità in testa, si può anche capire che, essendo incapace di ridurre la spesa, sia costretto a rivolgersi ancora una volta, magari una tantum, ai contribuenti. Ma definire una simile soluzione come “giusta” è la dimostrazione della peggiore faziosità ideologica. Semmai un ministro il quale, come ormai fa chiunque anche a sinistra, si volesse definire “liberale” e decidesse di introdurre una tassa addizionale alle imposte, dovrebbe chiedere scusa ai destinatari senza scomodare il principio di giustizia sociale. A meno di stabilire che i benestanti debbano essere colpiti per il solo fatto di esserlo. E, questo, è sicuramente il “principio” più caro da sempre ai comunisti, non certo ai liberali né ai socialisti più aggiornati.

Introdurre una tassa in più per poter usufruire di servizi che dovrebbero essere già coperti dalle imposte costituisce inoltre un precedente assai pericoloso: perché, sulla scorta di un simile principio, non far pagare di più, a chi ha un reddito elevato, il biglietto del treno o del bus, le sigarette o la benzina o le marche da bollo e così via? Sono sicuro che qualcuno l’ha già pensato intuendo che, così, il reddito spendibile liberamente tenderebbe a divenire effettivamente uguale per tutti, come in una “sana” società comunista che porrebbe la proprietà e il benessere come qualcosa di “comune”. Naturalmente verso il basso.

Nessuno mi toglierà mai dalla testa che, ad un uomo medio di sinistra, politico o meno che egli sia, ciò che sta a cuore non è tanto la difesa di chi ha redditi bassi ma l’astio verso chi ha redditi elevati. In altre parole, ciò che la sinistra, da sempre, detesta, è la differenza fra i redditi più che il loro ammontare. Tutti i redditi personali, nelle società occidentali, nell’ultimo secolo si sono spostati vistosamente verso l’alto ma il fatto che la differenza sia aumentata risulta proprio insopportabile a chi vede nella ricchezza il segno dello sfruttamento invece che il segno, come di norma è, di un successo economico che trascina tutti verso maggiore benessere. In molti casi chiamano ancora questa differenza “ingiustizia sociale” ma, in realtà, quasi sempre si tratta di pura e semplice invidia. Però non quella, costruttiva, che spinge a fare le cose meglio degli altri bensì quella, distruttiva, di chi si sentirebbe appagato solo in un mondo senza alcuno con cui confrontarsi.