I problemi di addestramento nelle forze dell’ordine in Italia

“La burocratizzazione e le ideologie prevenute dei post sessantottini”. A scapito dell’addestramento, che non è per tutti di certo quello dell’Fbi o della Cia e neanche quello delle polizie locali delle più grandi città americane. Poi, ci sono le leggi e il modo in cui i magistrati le interpretano. Il problema vero delle forze dell’ordine nasce da qui. Troppe assunzioni –  anche se ne chiedono e soprattutto se ne promettono da parte dei politici securitari in continuazione – e poca razionalità. Per fare di un agente di polizia un combattente di street fighting – di quelli che non si fanno disarmare dal primo o dall’ultimo arrivato – i mezzi economici non ci sono. Come quando si parla di edilizia carceraria si fanno sempre i conti senza l’oste. E l’oste sono i soldi. E tante assunzioni alla fine diventano una forma di welfare. Come le infornate di vigili urbani a Roma.

Prima il “bug” riguardava soprattutto la Polizia di Stato. Dal caso Cucchi in poi anche i Carabinieri. Certo poi ci sono quelli che si mettono in mostra con i tweet, da ultimo un noto chef che conduce anche trasmissioni televisive di successo. Ma la sostanza è quella: la sicurezza è una cosa seria, non adatta a cerimonie altisonanti e a parole retoriche. Tanto è vero che poi gli ufficiali operativi, quelli del reparto omonimo dei Carabinieri, dei Nocs, dello Sco della Polizia o del Gico della Guardia di Finanza, sono tutta altra cosa. Provino i criminali o gli psicopatici a disarmare uno di loro e poi ne riparliamo.

Ma si tratta di poche migliaia di persone su un esercito che ormai ha superato il milione di unità tra tutte e tre le forze di polizia. E parliamo di gente che si addestra anche da sola – e a proprie spese –  nelle palestre di Krav Maga in Italia o in Israele. Di persone che hanno fatto le missioni internazionali di pace (e quindi di guerra) all’estero. Tutti gli altri non è che non siano preparati, figuriamoci, ma non è lo Stato che assicura loro l’adeguatezza di questa preparazione. Come non vengono assicurate macchine efficienti alle volanti, spesso non viene assicurata la benzina, spesso i giubbotti antiproiettile non sono tali e ancora più spesso ci sono stati problemi con le pistole e persino con le munizioni. Cose peraltro documentate da denunce dei sindacati del settore, che peraltro esagerano a volte nelle difese corporative.

Ad esempio lo hanno fatto – sbagliando – nel caso Cucchi che si è trasformato in una bomba atomica contro la Benemerita. Invece di scaricare fin dall’inizio chi la aveva fatta fuori dal vaso si è preferita la comoda ma insidiosa strada del “cover up” istituzionale trascinando alla fine nel fango tutta la linea di comando. Cosa che presenta aspetti anche grotteschi oltre che gravi violazioni della legge penale.

Eppure – non per fare i grillini di complemento – il grave disagio, il malessere che si respira nelle forze dell’ordine, a cominciare proprio dai militi dell’Arma, parte – più che dalla relativa preparazione che forniscono le accademie o la preparazione “day by day” – dagli input dei politici innamorati del consenso e delle scorciatoie securitarie per ottenerlo. Si chiedono non più solo i risultati, ma “i numeri”. Quelli che gonfiano le statistiche. Come quelle sull’evasione fiscale. Che spesso sono ipotesi e proiezioni ma vengono spacciate per Vangelo per premere su chi poi deve fare leggi senza usare il raziocinio.

I numeri, si diceva. Così gli arresti, per precisi input che vengono dall’alto, si moltiplicano come i pani e i pesci della parabola biblica. Una caserma ne ha fatti mille? Però si deve dividere per tre o per quattro per avere la cifra giusta. Infatti – ad esempio –  se uno spacciatore, specie immigrato, viene arrestato perché è sorpreso a vendere la droga o a detenerne in quantità industriali, il suo arresto può venire moltiplicato per tre o quattro in termini numerici. Il primo numero è il giorno dell’arresto. Poi il secondo il giorno che l’arresto viene confermato dal Tribunale del riesame o della libertà che dir si voglia, poi c’è il processo con la condanna in primo grado, e vale per terzo arresto, e così via.

Una vera e propria truffa statistica legalizzata che è il segreto di Pulcinella, perché tale prassi viene indotta (quando non richiesta) da “ordini superiori”. In una simile atmosfera che si respira anche nelle chiacchiere da bar dei giovani agenti, alcuni dei quali saranno impreparati ma nessuno fesso, ecco che le disgrazie come quella della Questura di Trieste o quella di luglio a Roma con i carabinieri come vittime, sono dietro l’angolo.

Poi ci sono i veri e propri incidenti diplomatici che coinvolgono gli agenti sotto copertura che spesso rischiano la vita nei Paesi del narcotraffico. È capitato a più di uno di loro di dovere fare causa civile allo Stato per riottenere indietro i soldi personalmente sborsati per uscire da una galera in Messico o in Brasile in cui erano finiti incastrati dai narcos locali, in combutta con polizie corrotte. Con relativa fine dell’azione di copertura e disvelamento dell’identità dell’agente. A uno – mentre stava operando in un night in Colombia –  misero la cocaina in tasca perché qualcuno della polizia locale se l’era soffiata, finì in carcere e per uscirne dovette sborsare, alle corrottissime forze di polizia in loco, svariate decine di migliaia di dollari. I soldi ce li mise la famiglia dell’agente sotto copertura. Lo Stato italiano lo scaricò come un sacco di patate. Ne uscì vivo per miracolo e adesso sopravvive in Italia e cerca di riottenere i soldi dallo Stato con una interminabile causa civile. Ecco, quindi, spiegato uno dei motivi per cui le azioni sotto copertura che facciamo noi non sono neanche lontanamente paragonabili a quelle della Dea americana.

Ma quando ti capita un ministro che vuole usare le forze dell’ordine per intimidire i titolari dei cannabis shop – cioè quelli che vendono la marijuana “finta”, senza Thc e quindi per legge legale – per puro calcolo ideologico ed elettorale, distogliendole magari da questioni più serie, uno che può aspettarsi dalla vita?