I neuroni specchio e la socialità dell’uomo

Il professor Giacomo Rizzolatti ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera (pubblicata nell’inserto culturale dell’8 agosto). La rinnovata attualità giornalistica del suo sapere scientifico dà agio di tornare su un tema a noi particolarmente caro: la scoperta dei “neuroni specchio” - che si deve al nostro grande italiano - è molto importante, non solo in sede medico-neurologica, come universalmente riconosciuto, ma anche, a nostro avviso, per le sue implicazioni nel campo delle dottrine politiche.

I neuroni specchio si attivano nel soggetto-osservatore alla stessa maniera che nel soggetto-osservato. Tale funzionamento riflesso costituisce la base neurologica dei rapporti di empatia umana. Mentre, nel mondo animale, il mirror neuronale si limita a “riflettere” l’azione osservata, nel mondo degli uomini, nel mirror sono codificate non solo singole azioni, ma anche gli insiemi di più azioni guidati da uno scopo, nonché il loro significato “sociale”. Il bambino di pochi giorni riconosce il sorriso o il cruccio del genitore e si muove di riflesso al sorriso o al cruccio, ben prima di averne “imparato” per esperienza il significato sociale, semplicemente perché si attivano i corrispondenti neuroni specchio, preordinati per via genetica.

Questa base naturale dell’empatia consente di uniformare i comportamenti umani intorno a modelli basati sulla reciprocità dell’affidamento. Ne nasce la prima embrionale norma giuridico-sociale, fondata sulla prevedibilità del comportamento altrui, la quale ovviamente, nel “codificare” le tipologie comportamentali socialmente approvate, svolge non solo una funzione descrittiva, ma anche prescrittiva. In sintesi, la scoperta dei neuroni specchio di Rizzolatti conferma, a distanza di tanti anni, l’intuizione di Adam Smith, che ravvisava nel meccanismo naturale di empatia (di cui non si conosceva ancora l’interna dinamica neurologica) l’origine dell’approvazione sociale dei comportamenti virtuosi e della corrispondente disapprovazione dei comportamenti “antisociali”; descrivendo con ciò il fondamento dell’ordine spontaneo. Con la scoperta di Rizzolatti, il meccanismo funzionale - intuito e parzialmente spiegato da Smith - alla base di un ordine della società, cui si perviene, in mancanza di una mente ordinatrice, certa e visibile, per via di una “mano invisibile”, è oggi del tutto chiaro.

Ne conseguono importanti implicazioni nel campo delle dottrine politiche. La scoperta della base genetica dell’empatia non descrive il mondo dei virtuosi, perché i neuroni specchio non “codificano” il bene e il male; rendono possibile tuttavia la cooperazione e la solidarietà sociale, a prescindere da una norma autoritaria, deliberata dall’organo politico. In altri termini, la scoperta scientifica dei neuroni specchio asserisce una verità inconfutabile, molto importante in ambito politico: che la “socialità” dell’uomo è preordinata e perciò anteposta a qualsivoglia intervento dell’autorità politica. Vengono meno o comunque vanno in crisi le ragioni basilari di tutte le dottrine “socialisteggianti”, dirigistiche e costruttivistiche, le quali ergono lo Stato a detentore monopolistico di afflato sociale e impongono la (presunta) “socialità” per via fiscale e redistributiva. Quelle stesse dottrine che diffidano dell’iniziativa privata, ritenendola sprovvista per sua stessa natura di finalità sociale e votata unicamente al perseguimento del profitto individuale a danno degli altri. Il paradigma dello Stato che provvede a tutti i bisogni del privato “dalla culla alla tomba” non ha alcuna ragion d’essere, in mancanza del correlativo paradigma della persona umana individuale, sprovvista di attitudine sociale. Lo Stato, in questa visione, non interviene in funzione suppletiva e sussidiaria, solo laddove i privati non possono intervenire per salvaguardare un bene pubblico, ma interviene in tutti i campi e restringe a buon diritto la libertà d’iniziativa privata, impedendo ai cittadini di perseguire la loro finalità egoistica in conflitto con il bene comune.

Ma c’è di più. Le acquisizioni della scienza neurologica ci lasciano intendere molto chiaramente che il postulato delle dottrine liberali è “l’uomo com’è”, mentre quello delle dottrine socialiste è l’“uomo come dovrebbe essere” (secondo l’utopia). Il liberale non vuole costruire alcun “uomo nuovo”; si “accontenta” dell’uomo che c’è e non diffida della sua libera iniziativa. Tutte le sinistre di questa terra, invece, vogliono educare e indirizzare il privato verso una meta “sociale” identificata a priori. Meglio di qualsiasi commento risultano persuasive le parole dell’illustre professore sul tema dell’accoglienza, nuovo totem della religione laica, eretto a metro di misura di una rinnovata “socialità” di Stato, imposta per decreto.

Diceva il primatologo Michael Tomasello che, “se in una tribù di scimmie arriva una o poche scimmie estranee, queste vengono accolte bene perché possono essere utili. Ma se ne arrivano molte, scoppia la guerra per il territorio. Un meccanismo simile funziona anche nell’uomo. In California hanno fatto un esperimento su un gruppo di studenti bianchi radicals, impegnati a combattere il razzismo. Hanno mostrato loro un filmato in cui si vede una persona che cammina nel buio. In tutti si è attivato il centro della paura; l’attivazione era più forte, però, se l’uomo emerso dal buio era un nero rispetto a un bianco. La cultura funziona fino a un certo punto, poi scattano meccanismi atavici. L’integrazione deve essere pertanto un processo lento e progressivo”.

Non c’è bisogno di commento. Chiosiamo con una domanda: la buona politica deve fare i conti coi bisogni reali dell’uomo esistente o deve indirizzare l’uomo, che presume smarrito, verso la meta “sociale” utopisticamente prefigurata?