Caro Mellini, a proposito di un’aggressione anche alla memoria di Sciascia

Pubblichiamo la replica di Valter Vecellio in merito ad un articolo uscito nei giorni scorsi a firma di Mauro Mellini.

Caro Mauro, leggo con ritardo la tua nota su “L’Opinione” (“Un’aggressione anche alla memoria di Sciascia”); ti ringrazio per quello che scrivi, e ringrazio anche – naturalmente – Arturo Diaconale che ti pubblica. Ho poco da aggiungere, a quello che scrivi, e ancor meno da emendare. È vero: sono uno di quei radicali che non condivide la posizione che tu (e altri) anni fa avete assunto. Non ne contesto la legittimità: “semplicemente” non mi convince; e magari sarò in errore, ma così è. Ma il non coltivare le stesse opinioni, evidentemente non inficia stima e amicizia.

Ma vengo all’episodio in cui mi sono trovato coinvolto a Racalmuto, quei due magistrati urlanti il cui comportamento non definisco perché non trovo vocabolo adatto, visto che non intendo far ricorso a espressioni volgari. Voglio solo dire che quell’“amico di Craxi”, scagliatomi addosso col tono di chi poteva anche dire “amico di Riina” o “amico di Provenzano”, è stata la finale ciliegina sopra una torta farcita. Di Bettino Craxi non sono stato amico, avendo con lui scambiato qualche conversazione solo quando era ormai solo e politicamente impotente ad Hammamet. Fossi stato suo amico, non avrei certamente, come tanti, rinnegato quell’amicizia; Craxi ha certamente fatto tanti e gravi errori politici; ma, ne sono convinto, non è per quelli che ha pagato. Per quello che credo abbia pagato, merita tutta la mia stima.

A quel convegno, e dato il luogo – la Fondazione Sciascia – avevo pensato di svolgere la mia relazione in quattro parti: un brano de “Il giorno della civetta”: quello dove il capitano Bellodi rifugge, dopo una iniziale tentazione, dai metodi del prefetto Mori, e dice che la mafia si deve combattere con il diritto e la legge; e seguendo la pista lasciata dal denaro; un brano de “Il contesto”: il dialogo dell’ispettore Rogas con il magistrato Riches: e quest’ultimo, anticipa Piercamillo Davigo, e spiega che l’errore giudiziario non esiste, per definizione; “Una storia semplice”: il dialogo tra il vecchio professore e il magistrato suo ex alunno debole di italiano: italiano che “è il ragionare”; e lo fulmina il professore: con meno italiano ancora avrebbe fatto più luminosa carriera; infine il brano della prefazione a un mio libretto “Storie di ordinaria ingiustizia”: dove Leonardo Sciascia, e siamo nel 1987, osserva che il magistrato, invece di soffrire il tremendo potere che la società gli ha dato, troppo spesso ne gode.

A quel punto la belluina interruzione. Avessi potuto proseguire, avrei aggiunto che anche noi giornalisti ne godiamo, di quel potere che abbiamo; plastica dimostrazione, il caso Tortora: più che vergognosa pagina scritta a quattro mani, da magistrati e giornalisti.

Hanno cominciato a berciare che dicevo il falso e offendevo; alla mia reiterata richiesta di sapere dov’era il falso, quale era l’offesa, ecco che uno procombe (con l’aria di chi dice: “Lei non sa chi sono io”): “Sono un magistrato”. A questo punto due scelte: la pernacchia di Totò, ma pernacchie non ne so fare bene. Oppure la finale battuta di “A qualcuno piace caldo”; e appunto ho detto: “Nessuno è perfetto”.

Non hanno gradito. Me ne faccio una ragione. Del resto io non gradisco magistrati come loro, e ho paura di una magistratura incarnata da simili signori. Per me vale ancora la lettera di Benedetto Croce a Giovanni Amendola: il primo racconta al secondo dei guai capitati a Giuseppe Prezzolini per non so quale articolo su “La Voce”; e conclude con la raccomandazione di stare il più lontano possibile dai tribunali e dai magistrati. Lettera del 1911. La si potrebbe scrivere oggi. Ciao Mauro, e grazie ancora.