Quale incommensurabile abisso d’erotismo e voluttà separa il forzoso e artefatto bacio “saffico” avvenuto al Gay Pride di Roma tra Asia Argento e Vladimir Luxuria, e il languore soffuso delle donne levigate come l’alabastro – certo amanti – dipinte da Tamara de Lempicka nel suo Amiche.

È la differenza tra l’arte, la bellezza e la volgare esternazione dello scandalo ad ogni costo, ipertrofico, dei nostri tempi postcontemporanei.

Ieri invece, nei ruggenti anni segnati dall’Art Déco, ecco che la sensuale, bisessuale, trasgressiva pittrice del jet set internazionale, Tamara de Lempicka, madre di quell’iconografia erotica del primo Novecento, dava scandalo intelligente e psicotropo alle annoiate ed estenuate genti reduci dal primo grande conflitto mondiale. È lo stesso spirito ribelle di D’annunzio, ammantato di fascino, poesia e voluttà, immerso nel lusso e nell’eleganza raffinata di un realismo magico che deve ancora giungere. Sono i suoi dipinti, opere dai colori accesi e squillanti di futuro, a metà tra il sogno e il nostro mondo tangibile, tra flûte di champagne e vesti di raso che si rispecchiano sulla superficie scintillante dei bolidi a quattro ruote o emergono dalle ombre odorose delle alcove.

Nulla a che vedere con l’abusato e stantio carrozzone zingaresco dell’ennesimo Gay Pride, dove per stupire ogni volta, gli organizzatori e i testimonial, devono inventarsi qualcosa che vada sempre un po’ più in là del buon gusto. E dopo il bacio con il Rottweiler, ecco che l’Argento, in forma sempre più ossidata, s’aggrappa alle labbra della regina dell’orgoglio gaio romano, al secolo e all’anagrafe, Wladimiro Guadagno, in una trasposizione scenica d’amplesso omoerotico che non suscita più neanche la riprovazione del più pudibondo dei chierichetti.

Tutto già visto, ormai è soltanto il noioso, sterile, ripetitivo reiterarsi di una pantomima a sfondo libertario che non libera nessuno, anzi aggiunge nuove catene digitali. L’avanguardia era la Lempicka e altre come lei. Queste di oggi, sono soltanto le loro sbiadite e dozzinali copie.

È una sorta di horror vacui, è il timore dell’oblio che possiede ormai da troppi anni persone e personaggi della politica e dello spettacolo sui quali sarebbe già da tempo – pietosamente – calato il velame d’un pesante sipario, se la macchina del gossip non continuasse a nutrirsene in maniera forsennata.

Meglio ritornare allora ai brividi di un erotismo colto e ricercato della Lempicka o a quelli esili e decadenti di Aubrey Beardsley, in un tempo dove la trasgressione era veramente tale perché foriera di cultura e gioco, perché frutto di un intelletto acuto e non mediocre tentativo d’apparire e di cercare così di dare un senso ad un vuoto… nulla.