Radio Radicale e l’Agcom di Colombo

“Allo scopo di garantire la continuità del servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari, e confermando lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara pubblica, i cui criteri saranno definiti nel quadro dell’approvazione della riforma generale del sistema delle comunicazioni, in via transitoria la convenzione tra il ministero delle Comunicazioni e il Centro di produzione S.p.a., stipulata ai sensi dell’articolo 9, comma 1, del decreto legge 28 ottobre 1994, n. 602, ed approvata con decreto del ministro delle Poste e delle telecomunicazioni del 21 novembre 1994, è rinnovata con decorrenza 21 novembre 1997 per un ulteriore triennio, intendendosi rivalutato in lire 11.500.000.000 l’importo di cui al comma 4 dello stesso articolo 9”.

Siamo a Pasqua e un cosiddetto “Uovo di Colombo” - nella fattispecie il parere formale dell’Agcom sulla proroga automatica della convenzione tra il governo e Radio radicale in assenza (e in perenne attesa) della riforma complessiva di tutta la legge sull’editoria - ci sta sempre bene. Anche perché non essendo mai stata abrogata questa legge la proroga è automatica come recita il su citato primo articolo della legge 11 luglio 1998 numero 224, che aveva cristallizzato tutta la vicenda Radio radicale allo stato attuale in attesa di questa benedetta nuova normativa del settore.

Normativa mai arrivata, così come la gara di appalto successiva alla prima del 1994, tanto invocata da gente che non sa di quello di cui parla quando si riempie la bocca di frasi tipo “Radio radicale non ha mai fatto una gara per trasmettere i lavori del Parlamento”. È lo Stato in realtà che in più di 20 anni non è mai riuscito a indirla, invece. E quelle norme, con buona pace dei gerarchi maggiori e minori dei Cinque stelle, sono sempre in vigore.

Fra l’altro la cosa era stata rammentata da un esperto della materia come Vincenzo Vita che a suo tempo da sottosegretario alle comunicazioni, siccome di questa convenzione con Radio radicale si dibatte da decenni, si era occupato della cosa. Vita proprio a Pasqua era tra i tanti amici di Radio radicale a prendere la parola a piazza Venezia, più precisamente a piazza della Madonna di Loreto, a sinistra dell’Altare della Patria venendo da via del Corso, e aveva segnalato questa norma. Tuttora in vigore.

Che ovviamente nell’attuale esecutivo costituito per lo più da bestie ignoranti nessuno conosceva. Ed è una norma che esplicitamente impegna il governo a non disdire la convenzione in essere prima di avere fatto la legge di riordino del settore editoriale. Un forte appiglio giuridico davanti al Tar del Lazio in caso di persistenza della volontà “necandi” da parte del sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi. Infatti quella norma è in vigore e ignorarla e procedere dritti come carri armati alla chiusura dell’emittente ideata da Pannella potrebbe costare caro, a livello di risarcimento danni, all’esecutivo. Non a caso oggi è la stessa Federazione nazionale della stampa italiana a cavalcare il cavallo di Troia di Vita.

Con un comunicato che invita “a non tagliare la convenzione con Radio Radicale senza che neppure sia stata definita la riforma del settore. Non possiamo non sottolineare come questa sia anche la posizione della Fnsi che, sin dal primo momento, ha rifiutato la logica dei tagli e dei bavagli resi già operativi senza che neppure siano stati indicati i percorsi alternativi. Una procedura, quella decisa dal Governo, che va nella direzione opposta e contraria a quella valorizzazione delle differenze e delle diversità che sono alla base dell’articolo 21 della Costituzione e che, non casualmente, sono state più volte richiamate dal Presidente della Repubblica. Ci auguriamo che chi, in questi giorni, anche all’interno del Governo e della maggioranza, ha solidarizzato con Radio Radicale voglia ora dare un seguito legislativo all’autorevole parere dell’Agcom”.

Staremo a vedere come andrà a finire, ma adesso, anche per il leguleo del popolo Giuseppe Conte, esiste una norma cui richiamarsi per tenere a bada il furore irrazionale dei grillini contro la libera informazione.