Notre-Dame vs Sri Lanka?

A volte si ha la netta sensazione che stia dilagando una sorta di generale brain storming, ma non quello proposto da Alex Osborn negli anni Cinquanta, pensato per generare idee innovative, bensì una sua parodia, destinata semplicemente a generare confusione. Un buon esempio è dato dalla comparazione, effettuata da alcuni commentatori, fra l’incendio di Notre Dame e la strage avvenuta in Sri Lanka.

Da parte di costoro si è detto e scritto, con grande sussiego, che è triste osservare come il clamore e il dolore per la distruzione di parte della cattedrale parigina siano stati, nei mass media e nei social media, di gran lunga superiori a quelli indotti dalla tragedia di Colombo. Il motivo di tale sconforto consisterebbe nel fatto che a Parigi non è morto nessuno mentre in Sri Lanka hanno perso la vita circa 300 persone.

Una ben singolare maniera di ragionare, soprattutto quando i commentatori sono giornalisti e conoscono, o dovrebbero ben conoscere, le regole dell’informazione di massa. Una di queste, fondamentale, sottolinea come il clamore suscitato da un evento è inversamente proporzionale alla sua frequenza, o probabilità. Quando, dopo anni di tranquillità, avviene una strage in un Paese, anche se diverso dal proprio, l’interesse del pubblico raggiunge un picco elevatissimo ma se la cosa si ripete nelle settimane successive l’interesse tende a diminuire e la gravità del fatto, e delle sue conseguenze sulle persone, viene gradatamente ‘archiviata’ in una specie di angosciosa, dolorosa ma ripetitiva ordinarietà. Si tratta di un atteggiamento blasé che risponde all’impossibilità psicologica di mantenere vivo e ad alto livello sine die un sentimento penoso, magari lasciando che esso si accumuli con altri altrettanto pesanti. Durante un periodo di attentati frequenti la morte di decine di persone viene così assunta come perdurante tragedia ma non più come evento improvviso e inaspettato. D’altra parte, se in un periodo del genere, il Presidente di un importante Paese viene assassinato, la cosa genera rinnovato scalpore pur trattandosi di un solo essere umano a fronte di molti esseri umani uccisi nello stesso giorno nell’ennesima strage. In tutto questo non c’è nulla di scandaloso. Come non è scandaloso che, nel riferire sulle vittime dello Sri Lanka, i mass media si siano soffermati sul fatto che, fra di loro, vi erano i tre figli di un facoltoso e noto imprenditore danese.

La vicenda di Notre Dame ha un significato completamente diverso e, qui, la risonanza dall’evento non è ovviamente legata alla perdita di vite umane né, a quanto pare, ad un attentato bensì all’elevato valore culturale e simbolico di quella cattedrale. Comparare le reazioni ad una strage con quelle per un incendio di quel genere, al fine di indicare una pretesa e diffusa insensibilità per le morti di fronte ad un incendio senza vittime,  è un’operazione moralistica senza fondamento, mossa solo da una sgradevole vanità personale, quella di chi crede di possedere le ‘giuste misure’ dei valori etici da applicare a ciò che avviene. Finendo per cadere nel grottesco e ignorare che, se domani dovesse crollare, Dio non voglia, la Torre di Pisa, senza fare vittime, l’evento sarebbe sulla prima pagina dei quotidiani di tutto il mondo e su milioni di siti Internet mentre una simultanea e ulteriore strage in Sri Lanka riceverebbe un’attenzione inesorabilmente minore.

Per chi ha sale in zucca, ciò non significa affatto indifferenza sostanziale per la vita umana ma solo che, quando un evento di grande rilevanza per l’intera umanità è ritenuto altamente improbabile ma improvvisamente accade, nel nostro cervello, per qualche momento, non c’è spazio per altro pur rimanendo viva la commozione e la partecipazione al dolore di possibili nuove vittime di attentati.