“Gretismo”

Un aforisma, un commento - “Il bambino italiano a un anno impara a chiamare i genitori, a 5 impara a chiedere questo e quello; a 15 vuol cambiare la società e scende in piazza; passati i 20 cerca il successo e poi torna a scendere in piazza perché non c’è riuscito”.

Naturalmente la cosa riguarda anche i giovani stranieri e, a questo proposito, la sedicenne svedese di nome Greta è al centro del paradigma. La vicenda, francamente penosa, che l’ha vista come protagonista è stata palesemente architettata a tavolino, incluso il lancio di un libro della madre, ma le conseguenze non si sono fatte attendere. Milioni di giovani, richiamati dal tam-tam telematico del villaggio globale, hanno riempito le piazze di mezzo mondo “contro i cambiamenti climatici”, ovviamente rinunciando con grande rammarico ad un giorno a scuola. L’intero evento, manco a dirlo osannato da larga parte dei mass media, si colloca in una tradizione che, dal 68 in poi, vede i vari “movimenti” impegnati in battaglie dalle quali non c’è da aspettarsi molto. D’altra parte, si tratta di fenomeni che riescono per qualche tempo a far parlare e, soprattutto, a dare lustro a qualche modesto leader ignaro della grigia sorte che l’attende quando il “riflusso”, e l’età, inesorabilmente consegnano tutto al passato.

Così come nel ’68, anche Greta e colleghi prendono per assolutamente vere tesi di cui però sanno veramente poco. Nel ’68 si dava per scontata la verità dei testi marxiani e, oggi, Marx ha ceduto il posto all’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) e ai suoi vati, anch’essi osannati dai più. Nell’uno e nell’altro caso, ammesso e non concesso che i contestatori abbiano letto e studiato le opere di Marx o i rapporti dell’Ipcc, è certo che nessuno di coloro che sono scesi in piazza ha letto o studiato i lavori di chi si opponeva ieri al marxismo o oggi alla verità dogmatica sui mutamenti climatici, confondendoli spesso con i problemi dell’inquinamento. L’unica cosa che interessa a troppi giovani, di ogni epoca recente, è sposare una causa, generalmente ed  epidermicamente  ritenuta “giusta”, e dare sfogo alla propria energia vitale nella completa indifferenza per qualsiasi opinione contraria, che viene immediatamente fiutata come fastidiosa perché invita al faticoso sforzo di studiare prima di agire. Meglio il corteo con tanto di balli, tamburi e volti truccati, ossia un chiasso in cui non c’è spazio per le idee contrarie. 

Non è certo questa la sede più opportuna per discutere dei vari aspetti dei “cambiamenti climatici” in termini precisi. Per esempio l’aspetto temporale che nessuno ha ancora chiarito persuasivamente, cioè da quando sarebbe in atto un cambiamento “speciale”, visto che la curva di qualsiasi variabile in gioco presenta da secoli e millenni variazioni continue senza dunque che alcuna “stabilità” del clima, ancorché desiderabile, sia nei programmi della natura. Oppure la causa antropica dei mutamenti in atto – ipotesi non certo applicabile ai mutamenti dei secoli passati che pur ci sono stati e talvolta più vistosi di quelli attuali – sulla quale la maggioranza degli analisti insiste ostinatamente  trascurando del tutto, o quasi, possibili  cause diverse che non siano addebitabili, magari con malcelato interesse politico, all’uomo e ai correnti “modelli di sviluppo”. Vorrei qui limitarmi a sottolineare la sgradevole immagine che una società moderna, sia essa quella svedese o quella italiana, dà di sé non solo permettendo ma persino venerando quella che in politica si definirebbe la strumentalizzazione dell’ingenuità adolescenziale. Augurando a Greta di ritrovare se stessa al più presto e di crescere meglio di quanto non le sia stato possibile fin qui a causa dell’ambiente umano in cui è vissuta. A volte più insidioso di quello naturale.