Esiliati di ieri, migranti di oggi

L’infelice paragone tra Dante Alighieri e un qualsiasi rifugiato dei nostri giorni, effettuato da un recente libro al quale non voglio far pubblicità pertanto non lo nominerò, è una delle più sesquipedali sciocchezze sentite negli ultimi tempi.

Continua così la marcia del politicamente corretto, fondata sulla non conoscenza dei più che leggono, o meglio, che non leggono ma si abbeverano agli strilli della cronaca pilotata. Se si studiasse, forse anche un normale testo di Storia in uso alle superiori (ma la si insegna ancora?) la vita di Dante, si saprebbe che egli fu un politico di parte guelfa che per la sua opposizione al papa pro tempore, Bonifacio VIII, venne esiliato – ripeto, “esiliato” – ovvero condannato in contumacia al rogo e alla distruzione della propria dimora, come si evince dal Libro del Chiodo custodito all’Archivio di Stato di Firenze, in data 10 marzo 1302. Dante aveva tutto il diritto – come è stato infatti – di essere accolto, esule e ospite, da molte altre famiglie nobili dell’epoca, in altri stati. Non era un migrante economico né un rifugiato, ma un sapiente con una pena capitale sulla testa per motivi politici.

L’Alighieri fu semmai paragonabili, con tutti i distinguo del caso, ad Aleksandr Solženicyn, prima internato nei gulag sovietici e poi esiliato dall’Unione Sovietica sino alla caduta della stessa. Dante e Solženicyn erano uomini di cultura e di pace, non sbandati usciti da chissà quali galere locali, non mercanti di morte, droga e prostituzione, non nullafacenti desiderosi fare ancor meno in un paese ritenuto del Bengodi. Un simile paragone è fuorviante e mistificatorio, falso in una realtà storica del tutto imparagonabile a quella attuale, che alcuni – eteroguidati dall’alto o forse meglio sarebbe dire dal “basso” – si ostinano, garantiti dall’ignoranza dei tanti, a voler equiparare.

Insomma, dopo Gesù Cristo “migrante” adesso ci arriva il buon padre Dante, di certo sarà seguito a breve da altri come Gabriele Rossetti, Giuseppe Mazzini, Ugo Foscolo, Michelangelo Merisi da Caravaggio ed Enrico Fermi. Ma allora anche il buon Roberto Saviano è un migrante? No, e neppure un esule, ricordatevelo.