Problemi non facili per Bonafede

In questi giorni si commentano le dichiarazioni del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Certo non sono facili i problemi da risolvere: specialmente quelli riguardanti le carceri e la loro amministrazione. Gettate alle ortiche le varie quanto appariscenti iniziative del precedente Governo in materia – la riforma dell’Ordinamento penitenziario e gli Stati generali della giustizia – oggi come ieri, si tratta nuovamente di affrontare il mai risolto aspetto del sovraffollamento nelle galere. Arrivato ormai ad oltre sessantamila presenze, a fronte di una capacità effettiva di accoglienza di circa cinquantamila detenuti, il “sistema” mostra sempre più la sua incapacità di accoglienza e gestione sotto diversi punti di vista. Il ministro è partito col piede giusto quando con l’atto di indirizzo 2019 così si è espresso: “...Per fronteggiare in modo adeguato il fenomeno del sovraffollamento degli istituti e per garantire dignitose condizioni di vita alle persone detenute, è indispensabile attuare un piano per l’edilizia penitenziaria che preveda la realizzazione di nuove strutture, l’ampliamento ed ammodernamento delle attuali, nonché la nuova destinazione di edifici dismessi...”.

In teoria, tutto bene se non dovessimo fare i conti con la realtà. Peccato che questa mal si coniughi con le scarse risorse finanziarie in cui versano le casse dello Stato. Peccato che oltre ai giganteschi problemi collegati ai tempi di attuazione (dieci/quindici anni) e ai costi dell’ennesimo Piano carceri – “Vaste programme” avrebbe detto De Gaulle – esso dovrebbe articolarsi tra criteri di nuova concezione, nuova progettualità, approvazioni, finanziamenti ministeriali, bandi, gare di appalto internazionali, costruzioni e... quando possibile, finalmente i collaudi. Tutto ciò per non parlare del personale, sanitario, amministrativo e della Polizia penitenziaria, delle nuove figure professionali di sostegno e di tutta una serie di provvedimenti burocratici necessari allo snellimento delle procedure per mettere in moto la “macchina”. Non vogliamo essere pessimisti a priori sul futuro delle scelte politiche, alle quali auguriamo rapida attuabilità nell’interesse della giustizia, ma riteniamo che uno sguardo alla realtà non farebbe male viste le condizioni nelle quali versano, non da oggi, i detenuti nelle carceri italiane.

Nel nostro primo libro del 2011 e soprattutto nell’ultimo del 2015 - anche prima degli Stati generali voluti dal ministro Andrea Orlando - abbiamo indicato con chiarezza strade, percorsi, problemi e azioni da intraprendere in modo sistemico e sistematico perché l’Amministrazione penitenziaria si dotasse finalmente di un efficiente Centro di Coordinamento interdisciplinare . Un nucleo operativo per gettare le basi, quanto meno, per un Piano carceri attento alle diverse tematiche che coinvolgono le questioni della pena, in pari tempo l coinvolgendo i privati, le aziende, il Terzo settore, per i diritti umani nella logica del lavoro come occasione per la ristrutturazione comportamentale e dell’autostima del detenuto. Sporadiche proposte, troppo spesso disarticolate da un disegno generale sono state avanzate e talvolta realizzate, senza peraltro fare sistema come sperato. Questo, infatti, il difetto più grosso rispetto alla complessità del gigantesco apparato penitenziario. In attesa che si realizzino i vasti programmi c’è gente dietro le sbarre che preme oggi – non domani – che chiede umanità, rispetto, regole, iniziativa, merito (!), opportunità di “rinascita”, speranza di vita dopo la pena, reinserimento sociale. C’è anche una Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in Europa che osserva e che prima o poi richiamerà l’Italia ai suoi doveri…A ben vedere ci sono strade praticabili da percorrere urgentemente, a basso costo per l’Amministrazione. Azioni che, se attuate con sistematicità ed efficienza organizzativa da un management preparato e da tecnici competenti, potrebbero risolvere in tempi ragionevoli buona parte dei problemi attuali della detenzione.

Perseguendo il primario criterio di economicità mediante il recupero sistematico dei padiglioni esistenti - non utilizzati per obsolescenza tecnologica e disfunzionalità prestazionale - si potrebbero riconvertire per altri scopi gli edifici storici non più adatti, destinandoli ad altre funzioni di utilità sociale, impiegando direttamente la mano d’opera dei detenuti disposti a lavorare, operando una formazione professionale continua indirizzata allo scopo . Tutto questo per recuperare subito oltre sei/settemila posti per rivedere integralmente il principio delle camere di detenzione aperte e la cosiddetta vigilanza dinamica. II tal modo, oltre al cospicuo risparmio di denaro, si andrebbe incontro ad una formazione professionalizzante atta ad offrire lavoro per il detenuto, togliendolo finalmente dall’inumana condizione di passività e inazione. Costituendo così di fatto il primo vero baluardo alla recidiva.

(*) Presidente Commissione Diritti della Persona privata della Libertà – Fidu Federazione Italiana Diritti Umani